L’Europa, quando richiama l’Italia sulla povertà minorile, di solito lo fa con il linguaggio dei dossier e delle raccomandazioni. Questa volta, però, il messaggio ha assunto un tono più netto: la povertà dei bambini non è una “questione sociale” tra le altre, è un test di credibilità dello Stato.
A dirlo è Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, al termine di una visita di quattro giorni nel nostro Paese a metà gennaio. Il senso del richiamo è chiaro: la povertà che si trasmette di generazione in generazione non è un destino inevitabile, ma un fallimento politico che può e deve essere interrotto.
O’Flaherty parla di una strategia “robusta, completa e basata sui diritti” per garantire che la prossima generazione possa vivere senza paura o privazioni, indipendentemente dalla famiglia e dalla regione in cui nasce.
La formula è importante perché sposta il baricentro: non basta moltiplicare misure, serve una politica pubblica che aggredisca le cause della disuguaglianza e rompa la catena della povertà intergenerazionale. In altre parole, il tema non è solo quanti aiuti esistono, ma se il sistema è capace di portare diritti e opportunità dove oggi non arrivano.
Il richiamo cade su numeri che non possono più essere liquidati come un’emergenza passeggera. In Italia oltre un milione di bambini e ragazzi vive in povertà assoluta, con un’incidenza che resta ai massimi da quando la serie è monitorata con continuità.
La frattura territoriale continua a pesare e alcuni passaggi dell’età scolare risultano più esposti, segno che il problema non è confinato ai primissimi anni di vita ma attraversa l’intero percorso educativo.
Ancora più netto è il divario legato alla cittadinanza: nelle famiglie con minori composte solo da persone straniere la povertà assoluta raggiunge livelli molto più alti rispetto alle famiglie con minori italiani. È il punto in cui il discorso sui diritti diventa inevitabile: un Paese può dirsi equo se la probabilità di crescere poveri dipende così tanto da chi sei e da dove vieni?
Anche in un confronto europeo l’Italia non brilla. I dati sulla quota di minori a rischio di povertà o esclusione sociale collocano il nostro Paese nella parte bassa della classifica, con percentuali peggiori registrate solo da alcuni Stati membri.
Qui la questione non è la gara tra Paesi, ma l’effetto politico del confronto: quando il rischio riguarda più di un bambino su quattro, la povertà minorile non è più un fenomeno marginale, è un tratto strutturale del sistema.
È per questo che il Commissario invita a non fermarsi a iniziative “settoriali”, pur riconoscendo l’importanza di strumenti già in campo, come l’assegno unico. Il punto non è negare il valore delle misure esistenti, ma evidenziarne il limite se restano scollegate.

La povertà infantile, ricorda O’Flaherty, non è solo reddito: è istruzione, salute, qualità dei servizi, accesso al welfare, continuità di sostegni nei territori. Se manca una regia nazionale capace di tenere insieme questi piani, le politiche rischiano di essere frammentate, intermittenti e, soprattutto, diseguali.
Tra le priorità indicate c’è un tema spesso trattato come dettaglio amministrativo e invece decisivo per la vita quotidiana: le mense scolastiche. Non sono soltanto un servizio accessorio, ma un presidio di nutrizione e di inclusione che incide sulla frequenza, sul tempo scuola e sulla possibilità di restare a scuola anche nei contesti familiari più fragili.
In un Paese segnato da disuguaglianze territoriali, la mensa diventa anche un indicatore di cittadinanza: dove non c’è, il diritto allo studio si restringe.
Il nodo più politico, però, resta quello delle disuguaglianze regionali. O’Flaherty insiste sui Livelli essenziali di prestazione: standard nazionali che garantiscano diritti sociali minimi per tutti i bambini, indipendentemente dalla regione in cui vivono.
Ma aggiunge una condizione che spesso manca nel dibattito italiano: questi livelli devono essere introdotti con rapidità e accompagnati da risorse adeguate, soprattutto nei territori più poveri. Senza coperture reali, gli standard restano dichiarazioni; senza criteri di accesso inclusivi, rischiano di escludere proprio chi ne ha più bisogno.
In questa prospettiva il Commissario richiama anche le categorie che più frequentemente restano ai margini dei servizi: persone senza permesso di lungo periodo e minori appartenenti a comunità rom.
Il “richiamo europeo” non si esaurisce nella povertà. O’Flaherty collega la capacità di tutela dei diritti alla struttura istituzionale del Paese e definisce anomala l’assenza, in Italia, di un’Autorità nazionale indipendente per i diritti umani.
La richiesta è di colmare la lacuna istituendo un organismo conforme ai Principi di Parigi, con indipendenza, processi di selezione trasparenti e risorse adeguate. L’argomento è semplice: se lo Stato non ha un presidio credibile e autonomo che monitori i diritti, anche le politiche contro la povertà rischiano di restare prive di accountability.
La sostanza del messaggio è questa: la povertà minorile non si affronta con interventi isolati, né con misure che funzionano solo dove il territorio è già attrezzato. Serve una strategia nazionale basata sui diritti, capace di unire trasferimenti economici, servizi educativi, salute e welfare, con standard minimi uniformi e risorse stabili.
Perché la povertà dei bambini non è soltanto un indicatore sociale: è la misura di quanto un Paese stia rinunciando al proprio futuro.


