di Lanfranco Caminiti, Corrado Carlevaro, Gianluca Cicinelli, Chicco Galmozzi, Brunello Mantelli, Elisabetta Michielin, Francesca Veltri
Forse è bene dire subito le cose: l’irruzione della presidenza Trump ha un carattere devastante sulla politica europea – nessuno si aspettava questa brutalità e questa accelerazione. L’Europa è ancora frastornata e sconcertata: le dichiarazioni di Vance alla Conferenza di Monaco hanno avuto lo stesso effetto shock del 24 febbraio 2022; pochi giorni fa, il voto diverso e opposto all’ONU, giusto tre anni dopo, su una risoluzione per l’indipendenza e l’integrità dell’Ucraina ha istituzionalizzato questa distanza. Lo scontro verbale tra Trump e Zelensky nello Studio Ovale davanti gli occhi del mondo ne è solo la palese certificazione: da questo momento “l’Occidente” è un’espressione geografica.
Va anche detto che la “politica europea” è una definizione estremamente vaga; non solo perché continuano a esistere spinte centrifughe fortemente caratterizzate da nazionalismo anti-europeo, ma perché non è stata mai presa in considerazione come si doveva la spinta russa a sfondare il limes dell’Europa a est – di cui l’Ucraina è già una trincea di guerra, ma tutte le altre nazioni, dai Baltici al mar Nero, sono sottoposte a varie pressioni e torsioni. L’accomodamento eventuale tra Trump e Putin su “un pezzo” d’Ucraina è un accomodamento reale su un pezzo d’Europa: Putin si vuole prendere un pezzo d’Europa e Trump lo sta legittimando; ma tutta la retorica putiniana sull’inesistenza dell’Ucraina come nazione indipendente e sulla storica appartenenza di quelle terre alla Madre Russia lasciano immaginare che questa non sarà la soluzione finale: Putin vuole un’Ucraina a propria immagine e somiglianza. Dal 24 febbraio 2022, la difesa di questo limes senza se e ma, anche con “the boots on the ground”, sarebbe dovuta essere la politica europea – una questione, cioè, di costituzione politica, non di opinione pubblica: si è fatto, ma non si è fatto abbastanza; si è guardato al conflitto politico in Bielorussia, alle elezioni in Georgia, in Moldavia, in Romania come fossero accadimenti nel Borneo o in Nepal, un fatto “esotico”. Trump insomma sta maramaldeggiando su un animale smarrito e ferito.
Ci sono in questo momento cinquantasei conflitti armati nel mondo – non c’è solo l’Ucraina e non c’è solo Gaza – il più alto numero mai registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale. La maggior parte di questi conflitti non sono tra Stati ma all’interno dei confini di Stati: in Myanmar ci sono circa duecento gruppi armati che si combattono l’uno con l’altro; l’Africa è dilaniata: si combatte in Libia; nel Sahel – in Mali, Burkina Faso, Niger – i governi controllano solo parti di territorio, conteso tra jihadisti, russi e altri; si combatte nel Sudan, nel Corno d’Africa, nella regione dei Grandi laghi: il Rwanda, il Congo, l’Uganda; si combatte nello Yemen; i governi di Messico e Colombia sono in guerra aperta con i cartelli della droga contro cui schiera l’esercito; la Turchia continua a bombardare il Rojava; la Siria è ancora un teatro di guerra; e altro. Non è solo cresciuto il numero di morti e feriti di queste guerre, ma si è spaventosamente moltiplicato il numero degli sfollati, di gente che fugge dalle devastazioni della propria terra: si calcola siano circa cento milioni di esseri umani, un esodo impressionante. Si guerreggia tra etnie, tra religioni, tra tribalità, tra appetiti imperialistici e locali di appropriarsi di ricchezze e di territori che sono o possono diventare nodi strategici per gli scambi e le vie di comunicazione. Le guerre in corso sono una manifestazione del caos sistemico, dovuto al venir meno dei due grandi ordinatori post-bellici, USA e URSS. Nessuna “missione internazionale di pace” riesce a avere ragione di questi conflitti. In un contesto di caos sistemico si agitano potenze che non hanno capacità egemonica ma puntano a guadagnare spazio: una è l’Islam radicale, l’altra è la Russia, e un’altra ancora è la Cina. Ma gli interessi economici dei vecchi e nuovi imperialismi coloniali non possono spiegare da soli tutta questa frammentazione di guerra né l’identificazione come proxy di questa o quell’armata straccione: una volontà di morte – e di insignificanza della vita – si va impadronendo del mondo: no future. Proprio quando – benché si continui a morire per carestia o per siccità – per le migliori aspettative di vita non siamo mai stati così tanti nel mondo.
Le scene di “caccia all’immigrato” della scorsa estate in Gran Bretagna, dopo l’assassinio di tre bambine in una scuola di danza a Southport per mano di un diciassettenne britannico di origini rwandesi, quando le moschee, i negozi gestiti da immigrati, gli hotel dei richiedenti asilo sono stati presi d’assalto, sono scene da guerra civile. I primi scontri sono stati a Rochdale e Manchester, per via del tam-tam dei social, ma sono arrivati fino a Downing Street con orde di teppisti che intonavano “Rule Britannia” e urlavano “stop the boats”. L’odio verso gli immigrati è ormai tracimato – e non si contano più gli episodi violenti, spesso con vittime, come nel caso di incendi a strutture di accoglienza, in tutta Europa. È lo stesso odio che a gennaio e febbraio di quest’anno ha animato un richiedente asilo afgano a accoltellare alcune persone in un parco, a Aschaffenburg, uccidendo un bambino di due anni e un uomo di quarantuno. Lo stesso odio che a Magdeburgo ha spinto un cittadino saudita a dirigere la sua auto verso la folla di un mercatino di Natale, causando sei vittime. Episodi simili riecheggiano quanto già accaduto altre volte negli ultimi anni, a Mannheim, Solingen e a Berlino. Un paio di settimane fa, un giovane afgano si è lanciato con la sua auto sulla folla nel centro di Monaco. Episodi simili, accoltellamenti casuali nei luoghi di maggiore frequentazione, sono accaduti ovunque in Europa – benché a volte non siano cumulabili, proprio perché non sono “guidati” da una rete o un’organizzazione (come è stato durante la jihad di al Qaeda prima e dell’ISIS poi) ma siano per lo più gesti individuali. Come, d’altronde, quello del giovanotto sbiadito armato fino ai denti che a Orebro, Svezia, entra in una scuola di formazione e lingua per immigrati e spara senza sosta – fino a poi suicidarsi – compiendo la più grave strage della storia di quel paese. L’espulsione di massa degli immigrati “non integrati” – la remigrazione, come è stata definita – è già nei programmi politici di diversi partiti europei, oltre che in quello di Trump. Benché coinvolga cittadini certificati da un lato e uomini privi di cittadinanza dall’altro, e qualunque possa essere una politica più attenta e prudente sull’immigrazione, è un conflitto che si svolge su questo suolo dove ognuno è prossimo: l’illegalità, o vivere ai margini della legalità, non fa meno prossime queste vite. Se il nazismo spogliava gli ebrei della propria cittadinanza, assegnando loro solo un numero di identificazione, qui non si riveste di cittadinanza l’immigrato, lasciandolo in un limbo di attesa, solo una pratica di burocrazia. A furia di relativizzare l’universalismo dei diritti dell’uomo, abbiamo finito per disconoscerli a casa nostra. Il solco di odio reciproco tra “l’uomo bianco” e “l’uomo nero” è già tracciato qui, ora. Soprattutto, inizia a contaminare i giovani di seconda generazione, figli di immigrati arrivati qui da tempo e che sono riusciti a costruirsi una vita, che sentono e vivono una bolla di esclusione – e trovano identità in un processo di ritorno alle origini, una invenzione di identità. Vite senza valore sono considerate quelle altrui; ma vite senza valore anche le proprie, che acquistano valore nell’assalto: un ragionamento a somma zero. La violenza politica, che ha segnato tutto il Novecento, ha perso ogni riferimento ideologico e sociale, ogni motivazione, è rimasta “cruda violenza”, aggressività, distruzione, hooliganism. Non si elabora in “progetto”, in uso strumentale – la conquista di uno spazio, la difesa di una lotta, la presa del potere – ma rimane sempre uguale a se stessa: appare, scompare, riappare, in una guerra di logoramento dei legami sociali. Chi può ha ormai completamente privatizzato la propria vita e quella della propria famiglia: residenze, scuole, sanità sono ad accesso riservato e esclusivo, zone protette, veri e propri nuovi limes. Agli altri, quello che rimane della “cosa pubblica”, sempre meno assistenziale, sempre più deteriorata: aggressioni ai prontosoccorso, agli insegnanti, nelle piazzette i continui accoltellamenti tra ragazzi quando non saltano fuori le pistole, il bullismo esercitato come passatempo – con un uso spregiudicato delle forze di polizia dispiegate sul territorio sempre più di repressione.
Davvero viene difficile cogliere il nesso tra la guerra molare tra Stati, la guerra asimmetrica scatenata dalla jihad, e la guerra molecolare dentro le metropoli? Davvero possiamo pensare di essere qui al riparo della guerra e di esercitarla solo per procura? Davvero non vediamo il quadro generale di questo puzzle di una guerra unica e continuiamo a descriverla a pezzi, a frammenti, a scenari lontani? Davvero possiamo pensare che una qualche trattativa, una qualche tregua, una qualche resa, un qualche accordo “di pace” possa fermare questo precipitare universale nella guerra? Stiamo regredendo a una fase primordiale dell’umanità, quando la guerra civile era consuetudine, forma primaria e primitiva dei conflitti collettivi. Prima che arrivassero gli Stati, la formazione degli eserciti, la distinzione tra militari e civili, la Convenzione dell’Aia del 1907.
La “fortezza Europa” è una sciocchezza: l’Europa è un colabrodo. Ha basato tutta la sua sicurezza sulla “bolla di componenda” alla fine della Seconda guerra mondiale, la presenza della Nato, l’appeasement per il gas russo, gli accordi per il petrolio iraniano e arabo, la Cina come fabbrica del mondo, gli stretti per la logistica delle grandi navi, la più grande area commerciale del mondo e una bilancia favorevole, una eccellenza nell’invenzione e nella produzione. Non c’è una sola di queste cose che continui a reggere. Ma la risposta non può stare solo in una progressiva militarizzazione, nella crescita degli armamenti – anche se un qualche discorso sulla difesa comune è necessario, così come è necessario pensare a due processi fondativi: lo sviluppo di un europeismo sociale e culturale e il rafforzamento di un federalismo europeo, di una cittadinanza europea. L’Europa non ha inventato il mercato né gli scambi commerciali; non ha inventato la ricerca e l’innovazione tecnologica; né lo sviluppo dei mezzi produttivi. Non ha inventato neppure la sovranità: quello che ha inventato l’Europa è che la sovranità risiede nel popolo e in un sistema politico che consenta al popolo di esprimersi attraverso le libertà di stampa e di parola e di associazione, e trovare di volta in volta degli accordi senza ricorrere alle armi, alla guerra civile. Quello che ha inventato l’Europa è che ogni uomo è rivestito di diritti fin dalla nascita. Quello che ha inventato l’Europa è che la sicurezza di ogni cittadino non risiede nel proprio armamento privato né della delega della forza al sovrano – ma che la sicurezza di ciascuno sta nel benessere collettivo: la sicurezza della nostra proprietà, della nostra vita è data dal fatto che a ciascuno sia data l’opportunità di studiare, lavorare, intraprendere, avere cure adeguate. Non esistono “isole” di sicurezza se tutt’intorno è la devastazione: prima o poi spunteranno le picche e i forconi. Perciò – è questa Europa che vogliamo. È questa Europa che chiede agire politico. Occorrono investimenti enormi, piani progettuali di grande capacità per riforme strutturali, una tassazione più equa per i servizi essenziali, processi verso un’unione fiscale: non possono esserci aree dell’Europa che siano abbandonate a se stesse, luoghi di depressione senza futuro; ricostruire il tessuto di un pensiero collettivo, e questo passa anche dall’accesso universale alla conoscenza e alla tecnologia: il digital divide è la nuova frontiera dell’esclusione sociale; bisogna investire in infrastrutture digitali aperte, in formazione accessibile, in piattaforme libere da monopoli. Occorre un enorme debito comune – e non è vero che lo lasceremo ai nostri figli, è vero invece che senza questo enorme debito comune ora, ai nostri figli e nipoti lasceremo una landa desolata.
La risposta alla guerra civile globale è la giustizia sociale universale.
1 marzo 2025
Lanfranco Caminiti, Corrado Carlevaro, Gianluca Cicinelli, Chicco Galmozzi, Brunello Mantelli, Elisabetta Michielin, Francesca Veltri


