venerdì, Gennaio 16, 2026

Pacchetto sicurezza: dodici ore di fermo e diritti più fragili

Dodici ore non sono un tempo enorme, sulla carta. Nella vita reale, per chi lavora a ore, per chi timbra, per chi vive di turni e di presenze, dodici ore possono essere una giornata persa e, spesso, una giornata non recuperabile.

È per questo che, dentro le bozze del cosiddetto “pacchetto sicurezza” che circolano in queste ore, una delle misure più rivelatrici non è neppure la più rumorosa: la possibilità di accompagnare una persona negli uffici di polizia e trattenerla fino a dodici ore “per accertamenti”, se ritenuta un pericolo per il pacifico svolgimento di un evento.

La discussione pubblica tende a concentrarsi sull’etichetta: sicurezza, ordine, decoro. Ma la sostanza è un’altra. È un cambio di paradigma: la sicurezza viene sempre più tradotta in strumenti penali e di polizia, e sempre meno in prevenzione sociale.

Ciò che si allarga, nel racconto di queste bozze, non è soltanto l’elenco dei reati o delle sanzioni: è l’area della “sospettabilità”, l’idea che il cittadino in strada, il manifestante, il giovane, l’irregolare, il povero – in certi contesti – non siano soggetti di diritti da garantire, ma rischi da neutralizzare in anticipo.

Non è un dettaglio tecnico: è una filosofia di governo. Se il perno diventa il potere di fermare, perquisire sul posto in casi definiti “di eccezionale gravità”, vietare l’accesso a luoghi urbani, alzare le pene per condotte etichettate come “minori”, allora si sposta l’asse della convivenza.

Il dissenso viene trattato come zona grigia; la piazza come scenario potenzialmente pericoloso; l’ordine pubblico come obiettivo da ottenere anche comprimendo le garanzie, o quantomeno spingendole fino al limite.

La cosa più importante, però, è che questo tipo di pacchetto non colpisce tutti allo stesso modo. È qui che la parola “sicurezza” comincia a significare altro: non tutela universale, ma selezione sociale. Una trattenuta di dodici ore pesa in modo radicalmente diverso a seconda di chi sei. Per un professionista con autonomia, può essere un disastro e un abuso, certo, ma non necessariamente un precipizio economico.

Per un lavoratore precario o per chi ha un contratto debole, può essere anche la perdita del posto o una segnalazione che compromette la prossima chiamata. Per chi già vive sul filo, qualunque intervento di polizia “a monte” diventa un moltiplicatore di fragilità: non solo ti toglie tempo e libertà, ti mette a rischio reddito.

Lo stesso vale per le sanzioni amministrative elevate ipotizzate per chi partecipa a manifestazioni senza preavviso. Una multa alta è, in teoria, una misura uguale per tutti. Nella pratica è una misura disuguale per definizione, perché il denaro non vale uguale per tutti.

Per qualcuno è una seccatura, per altri è un mese di spesa o di affitto. In quel momento la libertà di riunione non viene formalmente abolita: viene resa costosa. E quando un diritto diventa troppo caro, smette di essere un diritto per molti e resta un’opzione per pochi.

In questo quadro si capisce perché diversi giuristi, leggendo le bozze, parlano di misure che rischiano di uscire dal solco costituzionale: non perché la Costituzione sia un feticcio astratto, ma perché è il punto in cui si decide se lo Stato può trattare il sospetto come anticamera della colpa.

Se si introduce o si estende un regime speciale per chi manifesta, se si prevede che il divieto di partecipare a riunioni e assembramenti possa colpire anche chi ha una condanna non definitiva, si scivola verso una presunzione pratica di pericolosità. E la pericolosità, quando diventa categoria amministrativa, si presta a essere applicata in modo selettivo: si fa più larga dove il potere è più forte e dove l’individuo è più solo.

La stessa logica si ritrova nella parte che riguarda l’immigrazione, almeno per come è stata anticipata: interdizioni legate alla “pressione migratoria”, restrizioni sui ricongiungimenti, tentativi di restringere il controllo del giudice sui provvedimenti di accompagnamento e trattenimento.

Anche qui la promessa è “ordine”, ma l’effetto concreto è spesso un allargamento dell’arbitrio e una riduzione delle possibilità di difesa effettiva. E la difesa effettiva, nel mondo reale, è una questione di risorse: sapere come muoversi, avere un avvocato, avere documenti, avere tempo. Chi è povero, chi è appena arrivato, chi è isolato, parte già sconfitto.

C’è poi un altro elemento che attraversa tutto il pacchetto, come emerge dalle valutazioni riportate: l’aumento delle pene e l’inasprimento per reati considerati “minori”. È una scelta che spesso viene giustificata con il senso comune: “bisogna essere più duri”. Ma la durezza, nel diritto penale, non è neutra.

Alzare le pene e abbassare le soglie con cui si entra nel circuito repressivo aumenta il numero di persone che ci finiscono dentro per fatti marginali. E il circuito repressivo, per come funziona davvero, è una macchina che produce povertà: spese legali, assenze dal lavoro, stigma, rischio di esclusione, fratture familiari, vita sospesa. Non è un argomento ideologico: è una dinamica sociale elementare.

Se si guarda così, il “pacchetto sicurezza” non è soltanto una collezione di norme. È un’idea di società. È l’idea che l’insicurezza sia prima di tutto un problema di controllo e sanzione, e non anche – o non soprattutto – un problema di disuguaglianza, marginalità, servizi insufficienti, lavoro povero, casa inaccessibile.

È un rovesciamento che produce un risultato paradossale: più si penalizza la sicurezza, più si finisce per punire le conseguenze sociali dell’insicurezza economica, senza aggredirne le cause.

La domanda allora non è se “serva” o meno un giro di vite. La domanda è più semplice e più dura: chi pagherà il prezzo di queste misure, se diventeranno legge. Perché l’esperienza dice che, quando lo Stato sceglie scorciatoie repressive, il costo non lo sostiene in prima battuta chi ha già potere e strumenti, ma chi vive con meno margine, meno tutele, meno voce.

La sicurezza, così, diventa un’altra frontiera della disuguaglianza: non solo un tema di ordine pubblico, ma un modo di distribuire paura e vulnerabilità.

E c’è un’ultima cosa, forse la più decisiva, che questi pacchetti lasciano sempre sullo sfondo. Se la sicurezza viene definita come “assenza di disturbo” e non come possibilità di vivere senza essere schiacciati, allora il dissenso diventa un problema e la povertà diventa un rumore. Ma le società non diventano più sicure quando puniscono di più: diventano più sicure quando riducono le condizioni che rendono la vita insicura.

Se il messaggio è che per proteggere i cittadini bisogna prima ampliare il potere di fermare, trattenere, perquisire, multare, vietare, allora la direzione è chiara. E a quel punto, la vera questione non è più “sicurezza sì o no”: è quale sicurezza, per chi, e contro chi.

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