L’Istat annuncia che i prezzi del carrello della spesa rallentano: da +3,4% a +3,1% su base annua. Una differenza di tre decimi che basta ai comunicati stampa per parlare di “buone notizie”. Ma solo per chi riesce ancora a riempirlo, quel carrello. Per le famiglie che lo hanno già svuotato, la discesa dell’inflazione è un’astrazione contabile: i prezzi non tornano indietro, restano semplicemente alti.
La magia delle percentuali è tutta qui: si festeggia perché i rincari rallentano, non perché la vita costi meno. Per chi vive di salari fermi o pensioni basse, un’inflazione al 3% pesa quasi come quella al 10% di due anni fa. Il problema non è la velocità degli aumenti, ma il livello raggiunto dai prezzi: ciò che era un’eccezione nel 2021 è oggi la normalità.
Gli indici parlano di stabilità, ma la stabilità di un disagio non è un progresso. La cosiddetta “povertà stabile”, come la definisce lo stesso Istat, è un modo elegante per dire che il disagio non cresce, ma neppure arretra. È diventato cronico. La statistica sorride, ma le persone non respirano meglio.
Il carrello della spesa resta il termometro più sincero. Gli alimentari aumentano ancora del 3,7% su base annua, le bevande del 2%, e gli energetici regolamentati tornano a salire oltre il 13%. In compenso, calano le comunicazioni: un bel -4,6%. Ma chi non ha più un contratto, una casa o un lavoro da cercare online, che se ne fa di una bolletta telefonica più leggera?

L’inflazione media nasconde il vero squilibrio: per chi spende quasi tutto in cibo, luce, gas e affitto, il rincaro reale è molto più alto del dato ufficiale. L’inflazione dei poveri è sempre più cattiva di quella dei ricchi, eppure è proprio la loro a non fare notizia.
In Italia, l’indice dei prezzi per le famiglie di operai e impiegati segna ancora +1,4% rispetto a un anno fa. Poco, si dirà. Ma se lo si somma agli aumenti accumulati negli ultimi tre anni, il risultato è un costo della vita cresciuto di quasi un decimo mentre i salari reali sono rimasti fermi. Ogni decimale recuperato dai prezzi è un decimale perso nella dignità.
L’inflazione, insomma, è scesa solo per le statistiche. Nei frigoriferi è rimasta. La politica economica si accontenta di misurare le curve, ma le famiglie misurano la distanza tra quello che serve e quello che resta a fine mese. Il Paese reale continua a vivere dentro una matematica sbilenca, dove un meno zero virgola due diventa una buona notizia, anche se significa semplicemente che la povertà rallenta — non che si ritira.
In fondo, questa è la nuova economia della rinuncia: non si risparmia, si taglia. Non si compra meno per scelta, ma per necessità. Così ci ritroviamo a festeggiare una decelerazione come se fosse una vittoria, dimenticando che a rallentare non è il benessere, ma la velocità del peggioramento. L’inflazione cala, sì. Ma la fame no.


