La Luna sotto l’assedio terrestre

Artemis II è partita davvero, con la pompa magna che si conviene alle liturgie imperiali ben riuscite: quattro astronauti a bordo di Orion, dieci giorni di viaggio, il primo volo umano attorno alla Luna dai tempi di Apollo, nessun allunaggio ma un passaggio decisivo per riportare gli Stati Uniti nello spazio profondo con l’idea, dichiarata, di tornare a mettere uomini sulla superficie lunare e poi restarci.

La NASA la presenta come una prova generale del futuro: test dei sistemi di volo, della vita a bordo, della navigazione cislunare, in vista delle missioni che dovrebbero riportare gli americani sulla Luna entro la fine del decennio.

Naturalmente non c’è futuro statunitense che possa essere raccontato senza un avversario all’altezza. E infatti dietro il trionfo di Artemis si staglia subito la sagoma della Cina, che punta a una missione con equipaggio entro il 2030, procede con una tabella di marcia più sobria e più lineare, ed è già riuscita dove Washington non è arrivata, posando sonde e raccogliendo campioni sul lato nascosto della Luna.

La nuova corsa allo spazio ha già trovato il suo lessico terrestre: regole da scrivere, polo sud da presidiare, risorse da estrarre, presenza da consolidare. Più che Jules Verne, viene in mente una conferenza geopolitica con il casco.

Poi però basta abbassare gli occhi dalla Luna alla Terra, e il quadro si fa meno epico e più istruttivo. In queste stesse ore Trump usa la guerra con l’Iran come dimostrazione muscolare della volontà americana, gli ayatollah tengono il mondo appeso al petrolio e alle rotte energetiche, Xi continua a pianificare nel lungo periodo senza il bisogno adolescenziale di chiamare ogni mossa “grandezza”.

E allora la domanda diventa meno cosmica e più politica: se noi cittadini non controlliamo quasi nulla di ciò che i governi fanno quaggiù — guerre, spese militari, strategie energetiche, apparati di sicurezza — con quale candore dovremmo credere di sapere che cosa stanno davvero facendo lassù, e soprattutto per chi?

Le stesse istituzioni americane parlano ormai apertamente di “competizione cislunare”, di “space superiority” e di necessità di monitorare e difendere l’area tra la Terra e la Luna come nuova frontiera strategica.

La fiaba del progresso si incrina ulteriormente, come sempre nel punto in cui comincia a parlare il potere. Ci raccontano la Luna come la prossima casa dell’umanità, ma il pronome è falso: non siamo “noi” a salire, sono Stati, complessi industriali, gerarchie militari, contractor, oligarchie tecnologiche. “Noi” al massimo applaudiamo, paghiamo e veniamo invitati a commuoverci.

Del resto funziona così anche sulla Terra: le informazioni arrivano scarse, filtrate, pedagogiche, quanto basta per chiamare necessità ciò che è scelta, sicurezza ciò che è dominio, innovazione ciò che è vantaggio strategico. Non c’è ragione di pensare che nello spazio diventino improvvisamente sinceri.

Quello che viene venduto come balzo dell’umanità rischia allora di essere qualcosa di molto più familiare: il trasloco dell’opacità terrestre in alta quota. Non una Luna che migliora la vita sulla Terra, ma una Luna incorporata nella stessa logica che qui produce guerra, sorveglianza, scarsità amministrata e pedagogia del sacrificio.

Prima si promettono basi, energia, ghiaccio, permanenza; poi, con la solita puntualità della storia, arrivano i dispositivi di controllo, la dottrina della sicurezza, la necessità di “difendere” ciò che si è appena occupato. La conquista del cielo, come sempre, comincia con la retorica del futuro e finisce con l’inventario dei mezzi di forza.

Quando Gagarin osservò che la Terra, vista da lassù, non mostrava confini, sembrò indicare una verità elementare e quasi morale. Oggi, invece, l’impressione è opposta: non ci basta più abitare un mondo diviso, sentiamo il bisogno di proiettare quelle divisioni anche oltre di esso, come se il nostro destino non fosse esplorare l’infinito, ma amministrarlo.