Secondo un’anticipazione del Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 realizzato da Idos e Cna, diffusa il 24 febbraio, in meno di quindici anni le imprese guidate da donne di origine straniera in Italia sono aumentate di oltre il 56%, arrivando a 164.509 unità e rappresentando quasi un quarto dell’imprenditoria immigrata.
È un dato rilevante non solo per la sua consistenza numerica, ma per ciò che racconta della trasformazione del lavoro e della mobilità sociale nel Paese.
La lettura più immediata è quella del dinamismo: mentre una parte del tessuto imprenditoriale nazionale arretra, l’imprenditoria immigrata continua a crescere e, al suo interno, cresce ancora di più la componente femminile. Ma fermarsi alla retorica dell’“energia imprenditoriale” rischia di nascondere il punto centrale.
L’aumento delle imprese femminili immigrate va letto anche come risposta a un mercato del lavoro che continua a penalizzare le donne migranti, spesso concentrate nei settori domestici e di cura, con bassi salari, scarsa tutela e limitate possibilità di avanzamento.
In questa prospettiva, l’impresa non è soltanto una scelta individuale di successo. Può essere anche una strategia di uscita da segmenti occupazionali poveri, un tentativo di trasformare competenze sottoutilizzate in reddito, autonomia e riconoscimento.
È qui che il dato diventa socialmente e politicamente interessante: non parla solo di nuove attività economiche, ma di come una parte della popolazione immigrata femminile prova ad aprirsi spazi in un sistema che tende ancora a relegarla ai margini.
L’anticipazione Idos-Cna segnala inoltre un elemento che rompe diversi stereotipi. Restano centrali commercio e ristorazione, ma negli ultimi anni crescono anche attività finora meno associate all’imprenditoria immigrata femminile: servizi alla persona, certo, ma anche ambiti come immobiliare, finanza e assicurazioni, attività professionali, scientifiche e tecniche.
Non è un dettaglio statistico. È un indicatore di diversificazione, cioè della capacità di intercettare settori più complessi, di investire in competenze, reti e posizionamento professionale.

Questo passaggio è importante anche sul piano culturale. Per anni il discorso pubblico ha raccontato il lavoro migrante quasi esclusivamente in termini di manodopera subordinata, spesso invisibile ma indispensabile.
L’emersione di una quota crescente di imprenditrici di origine straniera complica quel racconto e lo rende più aderente alla realtà: non solo lavoro esecutivo, ma iniziativa economica, progettualità, assunzione di rischio, costruzione di filiere.
Allo stesso tempo, sarebbe un errore trasformare questi numeri in una narrazione celebrativa. I dati dell’anticipazione non dicono ancora abbastanza su aspetti decisivi: qualità del reddito prodotto, durata delle imprese nel tempo, accesso al credito, sostenibilità dei costi, differenze territoriali, peso delle attività individuali rispetto a forme più strutturate.
In altre parole, la crescita numerica è un segnale forte, ma da sola non basta a misurare il grado di emancipazione economica reale.
Proprio per questo il quadro che emerge è doppio. Da un lato, c’è una spinta all’autonomia che smentisce stereotipi e mostra una trasformazione concreta dell’imprenditoria italiana.
Dall’altro, quella stessa spinta può essere letta come effetto di barriere persistenti nel lavoro dipendente e nei percorsi di mobilità professionale. Tenere insieme queste due dimensioni — opportunità e necessità — è il modo più serio per leggere il fenomeno.
L’anticipazione del rapporto Idos-Cna indica dunque una tendenza che merita attenzione non solo economica, ma sociale: dove cresce l’impresa delle donne migranti, si misura anche la capacità del Paese di riconoscere competenze, redistribuire opportunità e ridurre diseguaglianze.
Il 24 marzo, con la presentazione del rapporto completo, sarà possibile capire meglio se questo avanzamento si sta consolidando come leva di autonomia o se continua a poggiare su un terreno ancora fragile.



