Istat: redditi in lieve crescita ma inferiori al 2007

Nel 2025 in Italia emergono segnali di miglioramento nelle condizioni di vita delle famiglie, anche se il quadro resta attraversato da forti squilibri territoriali e sociali. Secondo il nuovo report Istat su redditi e condizioni di vita, la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale scende al 22,6%, in lieve calo rispetto al 23,1% registrato nel 2024.

In termini assoluti significa che poco più di 13,2 milioni di persone vivono ancora in una condizione di fragilità economica o sociale.

Il miglioramento è dovuto soprattutto alla riduzione della bassa intensità di lavoro nelle famiglie, che passa dal 9,2% all’8,2%. Resta invece sostanzialmente stabile la quota di persone a rischio di povertà, pari al 18,6%, mentre cresce leggermente la grave deprivazione materiale e sociale, che sale dal 4,6% al 5,2%.

In altre parole, diminuisce il numero di famiglie con un legame debole con il mercato del lavoro, ma aumenta leggermente quello di chi fatica a sostenere spese impreviste, pagare l’affitto, concedersi una settimana di vacanza o mantenere un tenore di vita essenziale.

Il dato nazionale, tuttavia, nasconde un’Italia ancora profondamente divisa. Il Nord-est si conferma l’area con la minore incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale, all’11,3%, mentre nel Mezzogiorno l’indicatore raggiunge il 38,4%, oltre tre volte il valore del Nord-est.

Anche sul versante del reddito le differenze territoriali restano marcate: nel 2024 il reddito netto medio familiare è pari a 39.501 euro annui, ma sale a oltre 44 mila euro nel Nord-est e si ferma a poco più di 32 mila euro nel Sud e nelle Isole.

Il report segnala però anche un recupero del potere d’acquisto. Dopo due anni consecutivi di contrazione, nel 2024 i redditi familiari crescono del 5,3% in termini nominali e del 4,1% in termini reali, grazie a un aumento superiore all’inflazione. Il reddito netto mediano familiare si attesta a 31.704 euro annui, pari a circa 2.642 euro al mese.

Nonostante questo recupero, il livello medio dei redditi in termini reali resta ancora inferiore del 4,9% rispetto al 2007, cioè prima della grande crisi finanziaria. La distanza con il periodo pre-crisi è particolarmente accentuata nel Centro e nel Mezzogiorno, mentre è più contenuta nel Nord.

A migliorare sono anche alcuni indicatori della distribuzione del reddito. L’indice s80/s20, che confronta il reddito del 20% più ricco con quello del 20% più povero, scende da 5,5 a 5,1. Anche l’indice di Gini, una delle principali misure della disuguaglianza, cala da 0,322 a 0,310.

Secondo l’Istat, a contribuire alla riduzione delle disuguaglianze sono stati soprattutto i trasferimenti pubblici e la crescita dei redditi da lavoro autonomo nelle fasce più basse della distribuzione. È un segnale importante, perché indica che il miglioramento dei redditi non si è concentrato soltanto nella parte alta della scala sociale.

Accanto ai segnali positivi restano però nuclei di vulnerabilità molto evidenti. Il rischio di povertà o esclusione sociale è più alto tra i monogenitori, dove raggiunge il 31,6%, tra le coppie con tre o più figli, al 30,6%, e tra le persone sole, sia sotto sia sopra i 65 anni.

Le coppie senza figli restano invece la tipologia familiare meno esposta. Per le coppie con un figlio il rischio è relativamente contenuto, al 17,4%, mentre sale al 20,6% per quelle con due figli.

Un altro elemento critico riguarda le famiglie con almeno uno straniero. In questo gruppo il rischio di povertà o esclusione sociale aumenta dal 37,5% al 41,5%, in netta controtendenza rispetto alla diminuzione osservata tra le famiglie composte esclusivamente da italiani, dove l’indicatore scende al 20,1%.

Anche il reddito mediano delle famiglie con stranieri resta più basso di quello delle famiglie di soli italiani, con differenze che si accentuano ulteriormente nel Mezzogiorno.

Il capitolo dedicato al lavoro mostra un mercato occupazionale che migliora nella quantità, ma continua a produrre vulnerabilità sul fronte della qualità del reddito. Nel 2024 i lavoratori a basso reddito sono il 20,4% del totale, in lieve calo rispetto al 21% dell’anno precedente.

Il rischio è più alto per le donne, per i giovani sotto i 35 anni, per gli stranieri, per chi ha bassi livelli di istruzione e per chi lavora in modo discontinuo. Particolarmente esposti risultano anche gli autonomi e i dipendenti con contratti a termine. In alcuni comparti, come i servizi alla persona, la quota di occupati a basso reddito supera il 40%.

Resta sostanzialmente stabile anche la povertà lavorativa. Nel 2025 riguarda il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, quasi uno su dieci. Il fenomeno colpisce soprattutto gli stranieri, tra i quali raggiunge il 25,9%, e le famiglie con un solo percettore di reddito.

Al contrario, la presenza di più percettori all’interno del nucleo riduce fortemente il rischio. Questo conferma che il lavoro, da solo, non sempre basta a mettere al riparo dalla povertà: contano la composizione familiare, la continuità occupazionale e il numero di redditi disponibili in casa.

Nel complesso, il report Istat restituisce l’immagine di un Paese che mostra segnali di ripresa, ma che non ha ancora colmato le fratture accumulate negli ultimi quindici anni. La crescita dei redditi, il calo della bassa intensità di lavoro e la riduzione della disuguaglianza rappresentano elementi incoraggianti.

Tuttavia, la persistenza di forti divari territoriali, l’aumento del disagio tra le famiglie con stranieri, la vulnerabilità dei nuclei numerosi e la tenuta della povertà lavorativa indicano che il miglioramento non è ancora diffuso in modo uniforme. L’Italia migliora, dunque, ma continua a farlo a velocità diverse, lasciando scoperti proprio i gruppi sociali più fragili.

“.Italian People’s Beaches.August 2010. Licensed under CC BY-NC-SA 2.0.