venerdì, Gennaio 30, 2026

I 40enni di oggi hanno metà della ricchezza dei boomer

In Italia, la ricchezza non circola: si accumula, si tramanda, e molto raramente cambia le sorti di chi nasce senza. È questo il quadro che emerge dal rapporto “La pesante eredità”, elaborato da Future Proof Society e Tortuga. Un’analisi che racconta, dati alla mano, come l’Italia stia diventando un Paese sempre più immobile. La ricchezza c’è, ma è concentrata in poche mani; e il sistema, così com’è, rischia di trasformare la grande ondata di eredità in arrivo nei prossimi vent’anni in un gigantesco meccanismo di consolidamento delle disuguaglianze.

Il patrimonio netto delle famiglie italiane è tra i più alti d’Europa, pari a quasi sette volte il prodotto interno lordo. Eppure, questa ricchezza non è distribuita equamente. Il dieci per cento della popolazione più ricca detiene circa il sessanta per cento della ricchezza complessiva, mentre la metà più povera si ferma sotto l’otto per cento. Una distanza enorme, che non solo non si sta riducendo, ma si sta anzi allargando. Negli ultimi dieci anni, la quota detenuta dalla fascia più ricca è cresciuta due volte più velocemente della media europea.

A rendere il quadro ancora più critico è la rigidità del sistema sociale italiano. Secondo i dati OCSE citati nel rapporto, chi nasce in una famiglia povera in Italia ha pochissime possibilità di migliorare la propria condizione economica. Servono in media cinque generazioni per salire dal decimo più basso della distribuzione del reddito fino alla mediana. In parole semplici, chi parte svantaggiato difficilmente si emancipa, e chi nasce ricco tende a restarlo.

Nel frattempo, il Paese si prepara a vivere un passaggio epocale: entro il 2045, si stima che verranno trasferiti per via ereditaria circa 6.460 miliardi di euro. È una cifra colossale, che rappresenta la più grande operazione di trasferimento patrimoniale della storia italiana. Ma questa immensa ricchezza non sarà redistribuita: passerà per la gran parte all’interno delle stesse famiglie, dalle stesse mani alle stesse mani. Se lasciata senza correttivi, questa transizione patrimoniale non solo non contribuirà a ridurre le diseguaglianze, ma rischia di irrigidirle ancora di più.

Il paradosso è che, di fronte a un flusso così enorme di ricchezza, lo Stato incasserà una quota irrisoria. Con le regole attuali, l’imposta di successione in Italia produrrà appena 50 miliardi di euro di gettito da qui al 2045: meno dell’uno per cento del totale trasferito. L’Italia applica una delle tassazioni ereditarie più basse d’Europa. Nelle successioni in linea retta, le aliquote sono ferme al quattro per cento solo oltre un milione di euro per erede, con soglie molto generose e numerose esenzioni. Di fatto, la trasmissione del patrimonio familiare avviene quasi sempre senza impatto fiscale, e quindi senza alcuna leva redistributiva.

Questa situazione ha un effetto devastante sulle generazioni più giovani. I nati tra gli anni Ottanta e Duemila, oggi al lavoro o in cerca di stabilità, ereditano molto meno rispetto ai loro genitori e nonni. Hanno patrimoni quattro volte inferiori rispetto ai Baby Boomer alla stessa età, e affrontano un mercato del lavoro più instabile, salari stagnanti, prospettive previdenziali deboli. Se nulla cambia, il destino economico di ciascuno sarà sempre più scritto nel luogo e nella famiglia in cui si nasce.

Eppure, il rapporto propone una via d’uscita. Gli autori non parlano di colpi di scure fiscali o di imposte generalizzate, ma di una riforma moderata e mirata. L’idea è semplice: aumentare in modo progressivo la tassa di successione per i grandi patrimoni — quelli superiori al milione di euro — lasciando inalterate le condizioni per la stragrande maggioranza delle famiglie. Il gettito aggiuntivo, secondo le simulazioni, potrebbe sfiorare i 17 miliardi di euro all’anno. Risorse che potrebbero essere utilizzate per abbassare le tasse sul lavoro, sostenere i giovani, finanziare il welfare, rafforzare l’istruzione.

Il punto politico è chiaro: l’attuale impianto fiscale colpisce in modo pesante chi lavora e produce reddito, ma risparmia quasi del tutto chi riceve in eredità ricchezze molto elevate. Riequilibrare questa situazione non sarebbe solo una misura di giustizia sociale, ma anche un modo per rendere il sistema più efficiente e meno distorsivo.

Il rischio, se non si interviene, è quello di lasciare al futuro un Paese ancora più bloccato, diviso, e rassegnato alla trasmissione ereditaria della disuguaglianza. “L’ascensore sociale in Italia si è rotto” — scrivono gli autori — “ma se non si ripara ora, la prossima generazione non avrà nemmeno le scale”.

Riformare l’imposta di successione non è dunque solo un tema tecnico o fiscale. È una scelta di visione: decidere se l’eredità che lasciamo sarà un peso o una possibilità.

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