Certe volte un sistema politico passa mesi a negare ciò che pensa davvero, a girarci intorno con prudenza istituzionale, a coprire con la lingua del garantismo ciò che in realtà è insofferenza verso ogni limite, ogni controllo, ogni contrappeso. Poi, d’un tratto, arriva qualcuno che lo dice in televisione con la disinvoltura con cui si commenta una pratica da sbrigare. E allora il velo cade.
Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha detto durante un talk show che con il sì al referendum “ci togliamo di mezzo la magistratura”, definita anche “un plotone d’esecuzione”. Non un magistrato, non una sentenza, non una corrente, non un abuso specifico: la magistratura. Tutta. Come categoria costituzionale da archiviare con il voto.
Naturalmente, dopo la bufera, è arrivata la presa di distanza del ministro. Nordio si è detto dispiaciuto e ha sostenuto che quelle parole non rispecchiano il suo pensiero. Formula impeccabile, quasi notarile. Ma il problema politico resta intatto: se la persona più apicale dell’apparato ministeriale si sente libera di dire in pubblico una cosa del genere, forse non siamo davanti a una semplice scivolata lessicale. Forse siamo davanti a una verità sfuggita di bocca.
E qui comincia il ritratto. Perché Giusi Bartolozzi non è una passeggera del dicastero, una comparsa di secondo piano, una fedelissima di passaggio che si è lasciata prendere la mano. Bartolozzi è il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, incarico conferito formalmente il 4 aprile 2024 e legato alla durata del mandato del ministro. Non siamo dunque davanti a una voce laterale, ma a una figura di vertice, al punto di intersezione tra politica, amministrazione, dossier riservati e gestione quotidiana del potere a Via Arenula.
Da tempo, del resto, la sua figura viene raccontata come qualcosa di più di un tecnico di rango. Il Corriere della Sera l’ha descritta come la “zarina” di Via Arenula, una donna forte, decisionista, al centro di un sistema di potere che avrebbe visto l’uscita di vari dirigenti dopo la sua ascesa. Nella stessa ricostruzione Bartolozzi viene indicata come il “braccio armato” del ministro. Non è una formula giudiziaria, è un’immagine giornalistica. Ma è una di quelle immagini che, a furia di tornare, finiscono per descrivere una postura.
E la postura, qui, conta. Perché il punto non è soltanto il carattere di Bartolozzi, il tono, la propensione alla sparata, l’iper-esposizione. Il punto è il modello di giustizia che la sua figura finisce per incarnare. Una giustizia che non sopporta la magistratura quando smette di essere una funzione e si comporta da potere.
Una giustizia che non considera fisiologico il conflitto tra istituzioni, ma lo vive come anomalia da correggere. Una giustizia che, in fondo, vorrebbe i giudici rispettabili, autorevoli, magari persino celebrati, purché non disturbino il manovratore. La frase sul “plotone d’esecuzione” è brutale non tanto per l’eccesso polemico, quanto per la sua sincerità politica. Non denuncia una deviazione: denuncia un fastidio.
Bartolozzi, va detto, non arriva dal nulla. Il suo nome compare da mesi, e anzi da anni, nelle zone più elettriche del rapporto fra ministero della Giustizia e magistratura. Il dossier più delicato, oggi, è il caso Almasri. Qui conviene essere rigorosi. Bartolozzi è indagata per false informazioni al pubblico ministero e a fine febbraio 2026 le è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini.
L’accusa riguarda dichiarazioni rese al Tribunale dei ministri e ritenute non veritiere o comunque in contrasto con altri elementi acquisiti. Lei ha respinto ogni addebito e si è detta serena. Dunque: non una colpa accertata, ma una contestazione giudiziaria seria, che riguarda proprio il cuore del funzionamento ministeriale in una vicenda altamente sensibile.
Già questo basterebbe a suggerire un minimo di cautela pubblica nei toni verso la magistratura. Ma non è andata così. Ed è forse proprio qui che la figura si fa interessante, quasi letteraria. Perché Bartolozzi appare come una di quelle personalità che non si limitano a occupare il potere: lo interpretano. Lo personificano. Lo rendono stile, linguaggio, temperatura.
Nel caso Almasri si parla di scambi di mail in cui si suggeriva di spostare le conversazioni su Signal, meno intercettabile, elemento che nel dibattito pubblico ha rafforzato l’idea di una gestione molto protetta, molto verticale, molto interna di dossier delicatissimi. Non è di per sé prova di scorrettezza; ma contribuisce a costruire quell’immagine di centralità operativa e di opacità decisionale che ormai accompagna stabilmente il suo nome.

Il punto, però, non è fare l’elenco delle ombre come si farebbe in una requisitoria giornalistica. Sarebbe persino troppo facile. Più utile è osservare una costante: il nome di Bartolozzi riemerge ogni volta che il ministero entra in rotta di collisione con un altro pezzo dell’ordine costituzionale, o quando un dossier giudiziario si trasforma in caso politico.
È accaduto nel caso Almasri. È accaduto anche in altri fronti sensibili di questi anni, dal parere sulla vicenda Cospito-Delmastro alla gestione del caso Artem Uss. Non stiamo parlando di responsabilità penali da attribuire a tavolino. Stiamo parlando di una collocazione costante: là dove il conflitto si fa duro, Bartolozzi c’è.
E allora il soprannome, se usato con misura, smette di essere una battuta e diventa una chiave di lettura. La Guida Suprema della Giustizia non perché disponga davvero del ministero come un ayatollah dispone di una teocrazia, ma perché sembra incarnare una visione in cui il dicastero non amministra semplicemente la giustizia: la orienta, la presidia, la corregge, la richiama all’ordine.
C’è, in questa figura, qualcosa di pedagogico e di punitivo insieme. Come se il problema non fosse far funzionare l’equilibrio costituzionale, ma addestrarlo a non eccedere. Come se il dissenso di un potere dovesse essere ricondotto a sconvenienza istituzionale. Come se il controllo fosse tollerabile solo quando è innocuo.
Naturalmente si può pensare qualsiasi cosa del referendum. Si può essere favorevoli, contrari, tiepidi, disinteressati. Si può ritenere sacrosanta la separazione delle carriere o, al contrario, considerarla una riforma sbagliata. Ma qui il punto non è il merito tecnico del quesito.
Il punto è che, a pochi giorni dal voto, la capo di gabinetto del ministro della Giustizia ha tradotto il senso politico della campagna in una formula che nessun consulente avrebbe mai osato scrivere in una nota ufficiale: votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura. C’è dentro un intero programma di governo. Non dichiarato, ma dichiaratissimo.
Perché il tratto di fondo dell’attuale maggioranza, ormai, è questo: non l’idea che alcuni magistrati possano sbagliare — il che è ovvio, umano, perfino banale — ma l’idea che la magistratura, quando esercita davvero il proprio ruolo di contropotere, diventi un ostacolo politico. Non viene contestata in quanto fallibile. Viene vissuta in quanto fastidiosa. Non la si critica perché talvolta eccede. La si guarda con sospetto perché esiste come soggetto autonomo.
In questo senso Bartolozzi è preziosa, quasi involontariamente preziosa: perché dice ciò che altri mascherano. Rende esplicito il sottotesto. Trasforma la pedagogia del risentimento in dichiarazione di intenti.
La “zarina” o “Guida Suprema” di Via Arenula, allora, non è interessante solo per il colore del personaggio o per la ruvidità del linguaggio. È interessante perché, nel suo stile spigoloso e nella sua iper-esposizione, finisce per rendere visibile qualcosa che nel governo si preferisce di solito esprimere con formule più caute, più istituzionali, più levigate.
Bartolozzi ha probabilmente detto, trascinata dall’enfasi del talk show, ciò che altri non direbbero mai in modo tanto diretto. Ma proprio per questo le sue parole pesano. Il punto, in fondo, non è Bartolozzi in sé. Il punto è che quella frase sul “togliere di mezzo” la magistratura non appare come una bizzarria isolata, ma come la versione brutalmente sincera di un sentimento politico più vasto.
Da Meloni in giù, a proposito di guide supreme, sia pure con accenti e registri diversi, l’insofferenza verso la magistratura non emerge soltanto quando una decisione è ritenuta sbagliata o discutibile, ma ogni volta che l’ordine giudiziario si comporta da potere autonomo di bilanciamento. Ed è questo il nodo vero. Bartolozzi, semmai, ha avuto soltanto il merito involontario di dirlo senza troppe mediazioni.



