Cari lettori e lettrici di Diogene, fatecelo sapere: voi state con la Repubblica o con la Repupplica? Perché ieri sera, nella dolce Italia delle canzonette – quella che almeno per qualche ora prova per sopravvivere a non pensare alla povertà, alle bollette, ai salari magri, alla disoccupazione – è andata in onda una gaffe che sembra un riassunto perfetto del nostro tempo. Sul palco dell’Ariston, nel momento dedicato agli 80 anni della Repubblica, durante l’intervento di Gianna Pratesi, sul ledwall è comparsa la scritta: “Il 54 per cento alla Repupplica”. Sì, proprio così: Repupplica anzichè Repubblica.
Capita, diranno i garantisti della sciatteria. E invece no: qui la doppia “p” è un monumento involontario. È il lapsus di un Paese che celebra i simboli e smarrisce il significato. È l’errore perfetto di una stagione politica che pronuncia continuamente parole solenni come Patria, popolo, sicurezza, legalità e poi le storpia nel momento in cui dovrebbe dimostrare di conoscerle davvero.
E qui va detto con il massimo rispetto: Gianna Pratesi, 105 anni, era lì non come figurina da anniversario ma come testimone viva di una soglia storica, il voto del 1946, la nascita della cittadinanza repubblicana, la memoria concreta di un’Italia che la democrazia l’ha conquistata e pagata. Una testimonial d’eccezione del referendum del 1946, “ospite d’onore del festival” nelle parole di Carlo Conti. Lucida lei, lucidissima. Gli altri no. Dietro di lei, una macchina televisiva ipertecnologica che non riesce nemmeno a scrivere correttamente la parola che sta celebrando. È già tutto qui: la memoria che regge, il presente che sfarfalla.
Supponiamo pure che i cartellonisti fossero giovani, cresciuti nell’anno IV del regime meloniano: un’epoca in cui la grammatica è opzionale, la storia è arredamento, e la Repubblica va benissimo purché resti una scenografia luminosa dietro cui fare propaganda. Ma il punto, appunto, non è il refuso ortografico. Il punto è il refuso politico.
Da anni una parte della classe dirigente italiana sbaglia le parole più importanti. Chiama sicurezza ciò che troppo spesso assomiglia a impunità. Chiama legalità ciò che diventa selettività contro i più deboli. Chiama ordine ciò che scivola nella repressione. Chiama difesa dei confini la criminalizzazione di chi salva vite in mare. E quando la cronaca mette davanti casi che imporrebbero rigore, prudenza, rispetto delle garanzie e della verità dei fatti, ecco il riflesso condizionato: tifoseria, semplificazione, manganello lessicale.
È la politica del refuso: una consonante sbagliata nel testo, un principio sbagliato nella testa. La Repubblica costituzionale vive di limiti al potere, responsabilità pubblica, diritti che valgono anche quando danno fastidio. La “Repupplica” invece vive di slogan, scorciatoie, ignoranza esibita come autenticità, aggressività venduta come decisionismo. Nella prima, la forza dello Stato si misura dalla sua fedeltà alle regole. Nella seconda, si misura dal volume della voce.
E infatti il tratto più inquietante non è l’autoritarismo, che almeno ha una sua coerenza, seppur tragica. È l’analfabetismo istituzionale: l’idea che conoscere Costituzione, codice penale, separazione dei poteri, limiti dell’azione pubblica sia roba da “professoroni”, da anime belle, da guastafeste. Come se la democrazia fosse un impiccio burocratico e non il solo argine civile tra governo e arbitrio. Come se la competenza giuridica fosse una posa e non una necessità. Come se il diritto fosse un dettaglio, finché non tocca noi.
La gaffe di Sanremo, allora, è molto più di una risata social. È un piccolo incidente ottico che illumina una grande deformazione politica: l’Italia che si commuove per la Repubblica mentre accetta, tollera o applaude chi ne corrode ogni giorno il lessico costituzionale, ovvero i leader della Repupplica. Si applaude la memoria, si svuota la grammatica. Si invocano simboli condivisi, si praticano linguaggi di parte. Si mette la bandiera in vetrina, poi si tratta lo Stato di diritto come un intralcio burocratico da abbattere.
Ecco perché la domanda resta lì, più seria di quanto sembri: voi, cari lettori e lettrici, state con la Repubblica o con la Repupplica? Con il Paese dei diritti e dei limiti, o con quello dell’ignoranza esibita come forza? Con il Paese che conosce il peso delle parole perché conosce il prezzo della democrazia, o con quello governato da analfabeti in posa da statisti, scappati di casa con ufficio stampa, ignoranti che si vantano di non studiare e chiamano “buonsenso” la propria incompetenza? Una svista grafica fa sorridere, certo. L’idea che questa gente rappresenti la Repubblica, molto meno.



