venerdì, Febbraio 6, 2026

Almeno il cane lo stavano cercando …

Giovedì pomeriggio della scorsa settimana, a Roma, zona Centocelle, nei pressi di Forte Prenestino, i vigili del fuoco si sono mobilitati per salvare un cane caduto in un tombino. Lo avevano sentito guaire. Aveva un padrone che lo reclamava, una voce che chiedeva aiuto, un motivo per cui valesse la pena muoversi. E così è stato: i pompieri sono intervenuti, hanno scavato, perlustrato, si sono calati.
Ed è proprio mentre cercavano il cane che hanno trovato un uomo.

Un uomo.
Caduto in un fosso. Da almeno un giorno.
Nessuno lo reclamava. Nessuno lo cercava. Nessuno lo sentiva “guaire”.

Si trattava probabilmente di un senzatetto, straniero, in stato confusionale. Un corpo invisibile nella città, fino a quando non inciampi — letteralmente — su di lui. Se non fosse stato per il cane, sarebbe forse rimasto lì. Nessuno avrebbe mosso un dito. Nemmeno per sbaglio.

C’è qualcosa di tragicamente simbolico in questa storia: l’animale ha un nome, una casa, un padrone, una telefonata d’allarme. L’uomo no. Eppure questa dovrebbe essere, secondo le dichiarazioni ecclesiastiche e istituzionali, l’epoca del “Giubileo dei poveri”. Un tempo di attenzione e compassione. Ma a quanto pare, la retorica giubilare non raggiunge i fossi. Si ferma molto prima, tra cerimonie e conferenze stampa.

Quell’uomo salvato per caso ci ricorda ciò che non vogliamo vedere: l’irrilevanza dei poveri nel discorso pubblico, la solitudine urbana che diventa destino, la disuguaglianza anche nel diritto ad essere soccorsi. Non è una metafora: è cronaca.

Siamo diventati una città – e un Paese – in cui si mobilitano droni per i cani smarriti e si ignorano le persone scomparse dalla vita, dalla vista, dal racconto.
È successo per caso. Ma ci riguarda per scelta.

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