Quando Alain Delon era l’uomo più bello del mondo, o del cinema, o di quella parte del mondo occidentale conosciuto, noi boomer eravamo piccoli rompiscatole che per la prima volta si godevano gli omogeneizzati da poco diventati popolari.
C’era Yalta, è vero, e allora sembrava che questo intristisse il mondo intero, diviso tra i cattivoni sovietici e i micatantobuoni americani. Alain Delon, Jean Paul Belmondo, Brigitte Bardot, lo hanno reso più sopportabile. Il peggio sarebbe venuto molto dopo di loro.
Che poi alla fine si siano rivelati dei fascistoni per le loro idee politiche personali poco importa, l’artista ha una sua oggettività da cui prendere, indipendentemente dalla volontà dell’artista stesso, è storia nota ormai.
Come fai a pensare agli anni ’60, certo la rivolta, le controculture, la rivoluzione prossima ventura, va bene tutto, senza che a un certo punto non ti sfiori l’immagine di uno di questi tre personaggi inarrivabili.
La foto iconica che gira sul web, quella in cui un altro mito sexy come Mick Jagger sembra escluso dalla conversazione che Alain Delon tiene con Marianne Faithfull, altro sinonimo di sexy, racconta perfettamente questa situazione.
La bellezza salverà il mondo, scriveva Dostoevski, il potere di ricomporre in un’unità armonica il disordine fondamentale della realtà sta tutto in quella foto. Che non ha salvato il mondo, per niente, ma ce lo ha reso più leggero per un istante.

Mentre Usa e Urss piazzavano missili ovunque e invadevano paesi stranieri nei ’60 e ’70, Roch Siffredi (che non è quello che voi pensate ma il protagonista di Borsalino) s’impadroniva della Marsiglia anni ’30 e dava il via a quelle serie in cui i criminali sono più simpatici dei poliziotti, ancora attuali ai giorni nostri.
Andavamo al cinema per sognare ciò che non eravamo: belli, gangster, teneri, spietati, tenebrosi, circondati da donne, generosi, inflessibili. Dici “cinema” e Alain Delon spunta tra i primi dieci volti che ti vengono in mente.
Delon ha interpretato persino lo zio di Christian De Sica al cinema. Più precisamente Ramón Mercader, fratello di Maria, madre di Christian e moglie di Vittorio De Sica, il sicario che uccise a picconate in testa Lev Trotsky.
Seguendo lo sciattume social che ha reagito alla morte di Delon identificandolo come Lepenista della prima ora, insomma un fascista, potremmo con la stessa leggerezza accusare Delon di essere stato stalinista, per quella sua interpretazione.
Tutte sciocchezze. Il mondo degli anni ’60 non era così esclusivo, al contrario includeva o studiava o rimirava, qualsiasi fenomeno si presentasse lucente ai suoi occhi, che fosse David Bowie o che fosse Alain Delon. Tutti gli artisti volevano confrontarsi e ispirarsi a quelle luci in quanto luci, capire quali messaggi per tutti noi emanavano quei raggi.
L’artista veniva completamente spogliato e rivestito di volta in volta dall’acume o ottusità del regista. Da Godard a Visconti passando per i filmetti polar, i polizieschi francesi, di grandi incassi. Ognuno ha visto in Delon una parte che ha voluto evidenziare. Perchè quelle parti, dalla bellezza alla stronzaggine, dal fascino dell’illegale alla giustizia assoluta di Zorro, erano tutto il nostro immaginario.
In questo Delon è stato neorealista. Non nel senso attribuito al movimento cinematografico ma alla sua personale esistenza. Compreso il declino, con le liti familiari divenute pubbliche per quattro soldi di eredità.
Tu immagina che sei Alain Delon, hai avuto tutto, hai avuto tutte, e quelle carogne dei tuoi figli decidono chi puoi vedere e chi no, chi puoi amare e chi no. Miserabili e avidi come di sicuro non è stato il padre. Che di sicuro aveva molti altri difetti.
Un consiglio non richiesto è di rivedere “Il clan dei siciliani” in cui Delon incontra Jean Gabin. Il soggetto è identico a quelli che negli anni successivi domineranno la cinematografia americana e italiana, firmato da Le Breton, il re del “rififi”.
Adesso Alain Delon è morto, ennesimo esempio del suo neorealismo esistenziale. Perchè a 88 anni si muore, anche prima se è per questo, e neanche se sei l’uomo più bello del mondo puoi sfuggire a questa sorte.
Quello che cambia, tra Delon e noi, è l’immagine che resta. Se la nostra si può fissare in un singolo scatto, magari meglio riuscito di altri, quella di artisti come Delon non è uno scatto. E’ un’immagine che abbraccia un’epoca, che ci ricorda che c’eravamo anche noi e l’abbiamo vissuta. Però noi eravamo i caratteristi, lui resta uno degli interpreti principali di quel mondo.


