Manovra 2026: ai forti lo scudo, ai deboli il conto

La legge di bilancio non è mai solo una somma di capitoli. È un messaggio. Dice chi va protetto quando i conti non tornano, chi deve stringere i denti “per il bene del Paese”, chi può permettersi di sbagliare e chi no.

Maurizio Landini la racconta così: un governo che taglia sui deboli e sta dalla parte dei forti. Ma la cosa interessante, per una volta, è che l’accusa non resta nel recinto degli slogan. Entra nel merito di un dettaglio che dettaglio non è: l’idea che un lavoratore possa perfino perdere il diritto agli arretrati quando un giudice stabilisce che la sua retribuzione è troppo bassa.

Tradotto in lingua comune: vinci, ma non troppo. Hai ragione, però non devi pretendere che quella ragione diventi denaro, tempo, dignità. È una cattiveria tecnica, certo, ma le cattiverie più efficaci sono sempre quelle tecniche, perché si nascondono in mezzo alle pieghe, non fanno rumore, non fanno indignazione in prima serata. E però cambiano la vita.

Landini la chiama “norma che non c’entra nulla con la finanziaria” e ne denuncia l’odore di incostituzionalità. Il punto politico, però, è più semplice: se in una manovra trovi spazio per limitare ciò che un giudice riconosce come salario dovuto, allora hai già scelto da che parte stare nel conflitto tra lavoro e impresa.

Non serve altro. È un atto simbolico che vale più di mille conferenze stampa. Perché manda un segnale: la rivendicazione salariale è tollerata finché resta un’ombra, finché non si traduce in recupero reale di diritti e soldi. Quando diventa esigibile, allora improvvisamente “non ci sono le coperture”.

E intanto, dice Landini, si penalizzano lavoratori precoci e usuranti per spostare risorse verso imprese che non rispettano i contratti e risparmiano sulla sicurezza. Qui la manovra diventa una morale pubblica: in questo Paese si può anche morire di lavoro, e la politica non sente il dovere di mettere la sicurezza al primo posto.

Non perché non sappia, non perché non abbia dati, ma perché ha deciso che la sicurezza è un costo negoziabile e che l’emergenza vera è far quadrare i conti senza toccare rendite e grandi patrimoni. È una scelta di priorità che non si confessa mai apertamente, ma che si vede benissimo quando si guarda dove si taglia e dove si premia.

La stessa logica riappare nel capitolo pensioni. Landini parla di “fare cassa” e di una spinta verso la privatizzazione, non solo della previdenza ma anche della sanità. È un vecchio trucco: si indebolisce il pubblico, si lasciano crescere liste d’attesa e rinunce alle cure, e poi si dice che “non c’è alternativa” alla soluzione individuale, al fondo, alla polizza, alla scorciatoia privata.

Ma la soluzione individuale è una soluzione solo per chi può permettersela. Per tutti gli altri è un trasferimento di responsabilità: se stai male e non curi, è perché non ti sei organizzato; se avrai una pensione misera, è perché non hai investito abbastanza.

Foto: Nick.mon, CC BY-SA 2.0 (Wikimedia Commons)

Peccato che il problema, per i giovani, non sia l’educazione finanziaria: è la precarietà senza fine, è il salario che non basta nemmeno a vivere, figuriamoci a costruire una pensione integrativa. A quel punto il “silenzio-assenso” ai fondi diventa quasi una caricatura: come se il futuro previdenziale si potesse mettere in automatico mentre la vita è tutta a termine.

Poi c’è il capitolo degli incentivi e del taglio delle tasse sul lavoro, che nel racconto governativo dovrebbe essere la medicina universale. Landini lo chiama propaganda. Il senso è questo: se i salari non permettono di arrivare a fine mese e la tassazione effettiva su lavoratori e pensionati aumenta, la detassazione promessa diventa un titolo, non un cambiamento.

E se vale persino per contratti pirata, allora non solo non rafforzi il lavoro: premi anche chi lo svaluta. Nel frattempo, sempre secondo la lettura sindacale, si taglia su sanità, casa, istruzione, Comuni e Regioni. Ed è qui che la manovra rivela il suo disegno più coerente: sgravare e incentivare dove il potere economico è più organizzato, comprimere dove i bisogni sono più dispersi e meno rappresentati, cioè tra chi chiede servizi, cura, scuola, casa.

A chi conviene questo schema lo racconta l’ultima fotografia richiamata da Landini: povertà in aumento, produzione industriale in calo da tre anni, un carico fiscale che finisce per gravare ancora su lavoratori e pensionati, mentre rendite e grandi patrimoni restano più protetti. Non è un giudizio morale generico: è una diagnosi politica. E la diagnosi è che la manovra non prova a invertire il declino, prova a gestirlo distribuendo il costo. Il problema, come sempre, è su chi.

Diogene, qui, dovrebbe togliere il velo a una parola che in Italia è diventata ipnotica: “responsabilità”. Si dice che bisogna essere responsabili, che bisogna sacrificarsi, che bisogna accettare riforme dolorose. Ma la responsabilità non è mai neutra. O è condivisa, oppure è obbedienza mascherata. Se la manovra chiede responsabilità a chi lavora e a chi è già fragile, mentre lascia margini di manovra a chi è già forte, allora non sta mettendo in sicurezza il Paese: sta addestrando i deboli a non protestare.

E quando in una legge di bilancio trovi l’idea che perfino un diritto riconosciuto da un giudice possa trasformarsi in un diritto ridimensionato, capisci che non si sta solo risparmiando. Si sta riscrivendo il confine tra ciò che è dovuto e ciò che è concesso. Tra cittadinanza e elemosina. Tra diritti e bonus. E quel confine, una volta spostato, non torna indietro da solo.

Foto: Fioravante Patrone, CC BY-SA 3.0 (Wikimedia Commons)