Nel lessico televisivo il “taglio basso” è la fascia che scorre sotto le immagini, il posto dove finiscono le informazioni che non devono disturbare troppo il racconto principale. Caritas Italiana ha scelto questa espressione per intitolare una ricerca che, in fondo, dice una cosa semplice: in Italia la povertà è spesso trattata così, come un’informazione di servizio, una nota a margine, un rumore di fondo. Solo che, fuori dallo schermo, quel fondo è diventato la vita quotidiana di milioni di persone.
Il rapporto “Taglio basso. Come la povertà fa notizia”, realizzato da Caritas con l’Osservatorio di Pavia, misura con numeri e categorie ciò che si percepisce a occhio nudo. Nei telegiornali di prima serata, tra il 15 settembre 2024 e il 15 giugno 2025, la povertà compare in 708 notizie su oltre 33 mila, circa il 2% dell’agenda complessiva.
Ma il dato più rivelatore non è solo quanto se ne parli: è come se ne parla. Nel 73% dei casi la povertà è “marginale”, cioè entra in una notizia che riguarda altro, come cornice o sfondo. È centrale solo nel 27% dei servizi.
La ricerca registra anche quando la povertà diventa “notiziabile”: soprattutto in coincidenza con eventi eccezionali, ricorrenze, emergenze, figure pubbliche che catalizzano l’attenzione. Quattro picchi scandiscono quei nove mesi: novembre e dicembre 2024 (tra G20, manovra, iniziative natalizie e cronache simboliche), aprile 2025 (la morte di Papa Francesco, ricordato come “Papa dei poveri”), maggio 2025 (Conclave, elezione di Papa Leone XIV, Primo Maggio e dati europei). Il tema, insomma, sale in superficie quando ha un gancio esterno, non perché la sua continuità strutturale imponga una copertura stabile.
Poi c’è la forma del racconto. Nei Tg prevale la povertà assoluta (41%), seguita dalla relativa (29%) e dall’estrema (17%). E prevale la povertà materiale: tre servizi su quattro restano sul piano dei beni e dei soldi, mentre le dimensioni immateriali – istruzione, relazioni, salute, partecipazione – entrano solo in parte e con fatica.
Il dato che pesa più di tutti, però, riguarda il contesto: solo l’8% dei servizi usa numeri o statistiche, il 92% procede senza un inquadramento empirico. In pratica, si racconta la povertà come si racconta un fatto di colore: emotivo, immediato, spesso isolato.
Questa impostazione produce una gerarchia narrativa che il rapporto descrive con chiarezza. La povertà relativa tende a diventare terreno di scontro politico, legata a misure di welfare, sussidi, polemiche. La povertà assoluta viene spesso trattata in chiave morale e valoriale, con un frame solidaristico/caritatevole che domina (47%), mentre il frame politico-economico è al 40%.
La povertà estrema, invece, è quella che scivola più facilmente verso la cornice securitaria: degrado urbano, microcriminalità, decoro. Nel 18% dei servizi emergono stereotipi o associazioni pregiudizievoli, soprattutto povertà-criminalità e povertà-migrazione, con tutto ciò che questo trascina in termini di stigmatizzazione.

La televisione dell’approfondimento non corregge davvero la rotta. Nei talk show monitorati, la povertà è presente solo nel 6% delle puntate: 78 su 1.218, per un totale di 529 minuti in un’intera stagione da oltre 1.800 ore. Quando compare, almeno, spesso è centrale nel dibattito, ma resta schiacciata su un formato che privilegia la contrapposizione.
Il frame dominante è politico-economico (52%), e il tema più trattato sono le politiche di contrasto alla povertà, quasi sempre discusse come scontro. Anche qui i dati entrano a intermittenza: solo il 32% delle puntate utilizza numeri e statistiche, e le voci in campo sono soprattutto giornalisti-opinionisti e politici, mentre le persone in povertà e gli operatori di prossimità restano residuali.
Sui social, infine, il paradosso diventa quasi una fotografia. La ricerca analizza i post Facebook di dodici giornalisti “top” per seguito e attività: su 18.904 post, quelli che menzionano la povertà sono 146, lo 0,8%. Nel 79% dei casi la povertà è laterale, agganciata a un’altra notizia; nel 97% dei post manca qualsiasi dato statistico che aiuti a capire dimensioni e trend.
La povertà, più che tema, diventa un argomento retorico: buona per sostenere una tesi politica, per commentare un personaggio pubblico, per alimentare indignazione o commozione senza continuità.
È qui che “Taglio basso” tocca un nervo scoperto: la povertà è notiziabile, eccome. È vicina, attuale, ha conseguenze, produce storie, sposta vite. Eppure resta un tabù che rimuoviamo finché non irrompe come emergenza, o finché non può essere incasellata in un format comodo: la cronaca, la carità, la polemica.
Il rapporto lo dice senza giri: se il racconto si limita a questi frame, non illumina il fenomeno, lo addomestica. E, nel farlo, rischia di trasformare chi è povero in una sagoma: utile a un dibattito, funzionale a una morale, funzionale a una paura.
Per un giornale come Diogene Notizie che nasce per occuparsi di povertà, la ricerca di Caritas è anche una chiamata in causa. Se la povertà resta “taglio basso” nei media generalisti, lo spazio si apre altrove: nel racconto continuativo, nei dati spiegati, nelle storie non ridotte a simboli, nelle periferie e nei territori che non entrano mai nei titoli se non come degrado.
Non è un invito a “parlare di povertà” in astratto. È un invito a farlo in modo da restituire complessità e responsabilità: perché la povertà non è una parentesi della cronaca, ma una struttura della realtà italiana.


