Il caso che oggi tutti chiamano “Corona–Signorini” non nasce il 26 gennaio: nasce molto prima, quando Fabrizio Corona inizia a vendere al pubblico, a puntate, l’idea di un “sistema” e di presunti retroscena su Alfonso Signorini dentro il suo format Falsissimo. Già a dicembre 2025 circolavano annunci, teaser e discussioni sulla possibilità che l’uscita di contenuti venisse bloccata da iniziative legali.
Poi arriva il passaggio formale: il Tribunale civile di Milano, con provvedimento depositato il 26 gennaio 2026, accoglie il ricorso di Signorini e inibisce la diffusione dei contenuti, imponendo rimozioni e prevedendo penali per eventuali violazioni.
Fin qui la cronaca. E adesso la parte che ci interessa davvero. Chi legge Diogene Notizie sa già come la pensiamo: il mondo di Corona, Signorini, starlette, “retroscena”, pacchi di moralismo e pornografia travestita da giornalismo è una fabbrica di finzione. Non ci scandalizzano “le persone”, ci disgusta il dispositivo: monetizzare la vita altrui, mettere in vetrina l’intimo, chiamare “inchiesta” ciò che è, nella migliore delle ipotesi, marketing della morbosità.
E infatti: noi non entriamo nei fatti. Le accuse si verificano in tribunale, non nei trailer. Punto. Il giudice, a quanto riportato, mette un paletto che sembra perfino ovvio: non c’è interesse pubblico a conoscere “preferenze e abitudini sessuali”, e non reggono le scuse del “diritto di cronaca” se siamo davanti a materiale intimo/denigratorio.
Benissimo. Ora però facciamo un esercizio di realtà: questa efficienza cautelare, questa solerzia, questa nettezza—lo stop, le rimozioni, le penali—la vediamo anche quando la privacy viene macellata ai danni di una persona qualunque? Una ragazza senza ufficio stampa, un ragazzo senza avvocati noti, una “povera disgraziata” usata come contenuto e poi archiviata come rumore di fondo?
Ecco il profilo di ingiustizia sociale: la privacy, come molte cose in Italia, è un diritto che funziona meglio quando hai nome, potere e contatti. Quando non li hai, diventa un consiglio non richiesto: “stai attenta”.

Il bello (si fa per dire) è che lo scandalo “Signorini” viene venduto come capitolo finale, ma poi si allarga. Nelle stesse ore, il format e il tritacarne social trascinano dentro anche Gerry Scotti, con ulteriori insinuazioni. Scotti replica pubblicamente, definendo quelle ricostruzioni falsità e respingendo il meccanismo del fango “per lucro”.
Ora: se il punto fosse davvero “la moralità”, “la decenza”, “la tutela”, allora lo sdegno dovrebbe essere coerente. E invece no. Perché, nel meta-racconto italiano, una vicenda che allude (o finge di alludere) alla sessualità di un uomo eterosessuale scivola via come folclore (“vabbè, roba da spettacolo”), mentre quando al centro c’è un uomo gay scatta la dinamica del “caso nazionale”: risatine, pruriti, moralismo, finta indignazione.
Attenzione: non stiamo dicendo che l’omosessualità “sia un fatto” da rivelare—Signorini ne ha parlato pubblicamente da tempo. Stiamo dicendo qualcosa di più sgradevole: che nel 2026 esiste ancora un’Italia che usa la sessualità non etero come grilletto emotivo. È questo che trasforma una puntata in “scandalo” e un’altra in semplice rumore.
È il moralismo di un’Italietta omofoba e guardona: quella che si scandalizza a comando e poi consuma tutto, clicca tutto, compra tutto. Quella che finge di difendere la dignità mentre la usa come moneta, purché il bersaglio sia “quello giusto”.
La parola “Falsissimo” è perfetta, ma non per le ragioni che immagina Corona. È falsissimo un Paese che scopre la privacy quando riguarda i potenti e la dimentica quando riguarda gli altri. È falsissimo un pubblico che invoca la morale e poi reagisce sempre allo stesso modo quando annusa l’omosessualità: eccitazione travestita da disgusto.
E se oggi questa storia serve a qualcosa, non è a fare l’ennesima guerra tra personaggi: è a mettere a fuoco l’unica cosa seria che c’è sotto. Il problema non è lo “scandalo”. È chi decide che cosa deve scandalizzare.


