La nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, nell’ambito della quale è indagato Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, che si ipotizza abbia agito “in concorso”, sembra avviarsi alla sua conclusione. Nei giorni scorsi è stata depositata la consulenza tecnica affidata all’anatomopatologa Cristina Cattaneo, cui i magistrati inquirenti avevano richiesto valutazioni in merito a tempi, modalità e arma dell’aggressione omicida.
Indiscrezioni
Per il momento, gli esiti della relazione tecnica della dottoressa Cattaneo non sono stati resi noti. Sono emerse, tuttavia, alcune indiscrezioni di cui si attende, ovviamente, la conferma. Eccole:
- Segni di colluttazione: sul corpo della giovane vittima sarebbero state riscontrate tracce attestanti strenui e reiterati tentativi di difesa. Oltre alle ferite inferte dall’arma del delitto, dunque, vi sarebbero ecchimosi, lividi e abrasioni su braccia e gambe. Il che legittimerebbe appunto l’ipotesi che la giovane non abbia solo tentato di proteggersi dai colpi che le venivano inferti, ma anche di difendersi dall’omicida. Certo, alla luce di tale scenario alternativo, le tracce presenti sulle unghie della vittima – a chiunque risultino attribuibili – potrebbero risultare precisamente interpretabili.
- Tempi e modalità dell’aggressione: una dinamica come quella ipotizzata risulterebbe associabile a un lasso di tempo più lungo rispetto a quello prospettato nella sentenza che ha ritenuto il fidanzato della vittima, Alberto Stasi, responsabile del delitto (e che concentrava il tutto tra le ore 9,12 e le 9,35). La nuova valutazione ipotizza che Chiara abbia appunto lottato mentre l’assassino la spingeva verso le scale della tavernetta e che, in seguito, questi possa essersi fermato a osservare il corpo giunto fino all’ultimo gradino. L’iter criminis potrebbe quindi essere iniziato, almeno mezz’ora dopo la colazione della vittima, sul divano, dove sono state rinvenute macchie di sangue, ed essersi sviluppato in più fasi, appunto tra il piano terra e le scale della villetta dei Poggi.
- Arma del delitto: i colpi potrebbero essere stati inferti con un martello, ma la relazione tecnica della dottoressa Cattaneo sembrerebbe prospettare anche la possibilità che siano state impiegate due diverse armi. Possibilità prospettata, nel 2007, anche dal professor Marco Ballardini, che ha effettuato l’esame autoptico della vittima, secondo il quale nell’aggressione avrebbero potuto essere impiegati due oggetti o un solo oggetto utilizzato con differenti modalità: un corpo contundente capace anche di infliggere dei tagli.
“Ma è solo una consulenza di parte”
È stato osservato che le valutazioni della dottoressa Cattaneo non si fondano su una analisi diretta dei resti mortali della vittima, ma sulle risultanze degli esami medicolegali effettuati all’epoca delle prime indagini. Prendono dunque in considerazione dati comprovati attraverso la documentazione disponibile. Qualcuno ha poi rimarcato il fatto che la predetta relazione tecnica non è una perizia disposta dal magistrato giudicante e, in quanto tale, ascrivibile all’ambito dei mezzi di prova, bensì una consulenza tecnica di parte, che quindi risulta sprovvista di tale tratto distintivo.
Non si può che convenire con questa – ovvia – asserzione, pur rimarcando che, in concreto, la consulenza di parte può comunque utilmente contribuire all’acquisizione di una approfondita conoscenza delle problematiche tecnico-scientifiche oggetto di indagine e valutazione.
E l’effettivo ruolo di tale tipologia di consulenza è tema dibattuto anche nell’ambito della giurisprudenza di legittimità. Una sentenza della Corte di Cassazione relativamente recente (Sez. III Penale, 18 febbraio – 29 maggio 2020, n. 16458), anche richiamandosi a una precedente pronuncia (n. 42937 del 24 settembre 2004), in tema di contributo tecnico richiesto dal Pubblico ministero, considera: “È del resto dallo stesso ruolo di ausiliario dell’organo che lo ha nominato che discende la qualifica di pubblico ufficiale del consulente nominato dal PM nel corso delle indagini preliminari, il cui elaborato, pur non potendo essere equiparato alla perizia disposta dal giudice del dibattimento, è pur sempre il frutto di un’attività di natura giurisdizionale che perciò non corrisponde appieno a quella del consulente tecnico della parte privata.”
E spiega: “Gli esiti degli accertamenti e delle valutazioni del consulente nominato ai sensi dell’art. 359 c.p.p.1, rivestono perciò, proprio in ragione della funzione ricoperta dal Pubblico Ministero che, sia pur nell’ambito della dialettica processuale, non è portatore di interessi di parte, una valenza probatoria non comparabile a quella dei consulenti delle altre parti del giudizio.”
Orme di calzatura
Segnaliamo inoltre indiscrezioni diffuse sui social, secondo cui dalle consulenze acquisite dalla Procura – non è ancora ben chiaro se da quella della Cattaneo o da quella relativa alla Bpa effettuata dal Ris di Cagliari – emergerebbe la conferma che l’orma con disegno a pallini, repertata sulla scena del crimine, sarebbe riconducibile a una calzatura di misura 44 e non 42, come stabilito in precedenza e, quindi, non risulterebbe attribuibile ad Alberto Stasi. A questi potrebbe invece appartenere un frammento di impronta – che si afferma posta in risalto dalla Bpa – a forma di “V”, proveniente da una scarpa Lacoste: dato che, se effettivamente confermato, risulterebbe idoneo a comprovare la versione del fidanzato di Chiara in merito alle modalità di scoperta del cadavere e, appunto, delle calzature indossate nella circostanza. La traccia in questione era peraltro già stata individuata e posta in evidenza, mesi fa, dal giornalista di inchiesta Luigi Grimaldi.
La stessa relazione in tema di Bpa affermerebbe la presenza di un solo aggressore sulla scena del crimine.
Non resta dunque che attendere di verificare quanto le indiscrezioni trapelate in questi giorni rispondano effettivamente al vero e quale apporto possano effettivamente offrire all’accertamento della verità.

Consulenza informatica
È di questi giorni anche la notizia dell’avvenuto deposito della relazione tecnica sul contenuto dei computer di Chiara Poggi e Alberto Stasi, richiesta dalla Procura al consulente informatico Paolo Dal Checco. Per il momento, a quanto è trapelato, si tratterebbe di un contributo di circa seicento pagine. “Mi auguro si vada verso la chiusura delle indagini, anche perché la pressione mediatica è abbastanza importante”, ha commentato l’avvocata Giada Bocellari, che assiste Stasi insieme al collega Antonio De Rensis. Il computer di Chiara “fu analizzato in parte all’epoca soprattutto per quel che riguardava Alberto, non ci si è mai concentrati sul suo contenuto a 360 gradi. Il dottor Dal Checco aveva dei quesiti a cui rispondere, che non conosciamo interamente, ma che probabilmente arrivano come spunti da approfondire dalle indagini tradizionali. Forse il pc della vittima ci può dire tanto.”
Il mistero del muretto danneggiato
E veniamo a un nuovo dettaglio emerso nel corso delle indagini del 2007 e rimasto finora in ombra. Nei giorni scorsi si è parlato del fatto che, all’epoca, una porzione del muretto di cinta della villa dei Poggi in cui il delitto è avvenuto, è risultata danneggiata. Secondo quanto accertato, non sarebbe un danno attribuibile a Stasi o ai Carabinieri intervenuti in loco per gli accertamenti.
Il padre di Chiara Poggi ha inoltre sostenuto che, prima della partenza della sua famiglia per il Trentino, il muretto era integro. Da qui l’ipotesi che qualcuno – l’assassino? – possa averlo danneggiato scavalcandolo per entrare di soppiatto nel luogo in cui il delitto sarebbe avvenuto.
Minacce di morte?
Ulteriore sviluppo, cui i media stanno riservando un certo risalto. L’avvocato Massimo Lovati, già difensore di Andrea Sempio, avrebbe ricevuto minacce di morte. Lo ha riferito, nel corso della trasmissione Mattino Cinque, il legale che lo assiste, Fabrizio Gallo. Un numero di telefono anonimo avrebbe contattato Lovati più di una volta, ponendo le minacce in correlazione a quanto l’avvocato ha dichiarato a proposito del delitto di Chiara Poggi. In particolare, questi ha recentemente riaffermato di ritenere che le ferite riscontrate sulle palpebre della vittima avrebbero un valore simbolico e sarebbero state inferte perché la giovane “non avrebbe dovuto guardare” qualcosa di particolarmente grave e compromettente da lei forse accidentalmente scoperto nel suo contesto di riferimento. Di cosa potrebbe essersi trattato? Secondo l’ex difensore di Sempio, la giovane potrebbe aver riconosciuto, in alcuni video, “dei personaggi veri, esistenti”, coinvolti in “torture, uccisioni e pedopornografia”.
Ai microfoni di Mattino Cinque, l’avvocato Gallo ha dichiarato: “Da quando è venuto qui si erano fermate le minacce, perché si era ritirato e fatto da parte. Da quando ha parlato delle ferite sulle palpebre, che lui disse potevano essere per il fatto che Chiara non dovesse vedere qualcosa, sono cominciate una serie di telefonate da numero anonimo.”
“A Lovati gli hanno detto: ‘Non devi parlare più di alcune cose in tv o fai la fine di David Rossi.’”, ha aggiunto. “Lui non si è preoccupato, ma siamo andati dai carabinieri di Vigevano e ci hanno detto di porre attenzione. Ci hanno chiesto se volesse la scorta, abbiamo preferito di no perché potrebbe essere un mitomane. Riceve 1-2 chiamate al giorno da giorni. Oggi è preoccupato, ha una voce maschile e italiana.”
Garantismo a corrente alternata
Certo, non sappiamo se si tratti di un mitomane o altro, se la faccenda avrà un seguito o meno. Però la circostanza ci sembra un’ulteriore, significativa espressione del clima che caratterizza questa fase dell’inchiesta. I toni del confronto tra i sostenitori dei due fronti opposti – quello di “Stasi colpevole” e quello di “Sempio colpevole” – già molto accesi, si stanno ulteriormente inasprendo. Perché, in tale situazione, minacciare Lovati? Davvero ha colto nel segno ravvisando nell’omicidio di Chiara determinate problematiche sottese? O forse ciò deriva dal fatto che, nel dibattito in essere, continua a occupare comunque una posizione atipica? Ex difensore dell’attuale indagato, è ora un opinionista che potremmo definire “terzo”, perché comunque da sempre persuaso anche dell’innocenza di Stasi. Difficile dunque da collocare e classificare, anche per estri personali e originalità di approccio espressivo, in un contesto culturale in cui tutti noi veniamo definiti e catalogati in base a una presunta, netta e inequivocabile appartenenza. Bianchi o neri, innocentisti o colpevolisti, giusti o sbagliati, senza sfumature, senza distinguo, senza approfondimenti, senza pietà. Definiti dall’appartenenza, dal contesto di riferimento, dal modo di apparire, dalle persone con cui parliamo.
Lo stesso “ragionevole dubbio”, strenuamente invocato dal giudice Vitelli non solo come indispensabile criterio di orientamento nel giudizio in sede processuale ma come misura stessa del nostro rapportarci all’esistenza, viene reinterpretato da più di un lettore-spettatore alla luce della propria irrefrenabile attitudine alla tifoseria, al contrasto insanabile. L’innocentista nei confronti di Stasi è colpevolista nei confronti di Sempio e viceversa. Non è garantista per tutti, ma solo per chi “sente” innocente. Un modo epidermico di applicare la legge, un’aspirazione alla giustizia basata sulle emozioni e non sul raziocinio, sugli umori e non sui fatti. Una giustizia approssimativa, fanatica e, appunto, sommaria. Invocata a furor di popolo.
E certe figure mediatiche, certi commentatori, certi ospiti di talk show sembrano incarnare e amplificare tale aspirazione, tale tendenza. In queste settimane, avvicinandosi la “resa dei conti” della conclusione dell’inchiesta, lo percepiamo con forza, nei toni violenti dei dibattiti, nella volontà di delegittimazione del contraddittore (percepito come un nemico da abbattere senza pietà), nell’aggressiva pervicacia con cui si ribadiscono risalenti istanze accusatorie, pure ritenute in genere da tempo infondate, anche solo per la loro valenza infamante.
Il circo e i complotti
Viene spontaneo chiedersi: vi è un disegno in tutto questo? E, nel caso, tracciato da chi? Nell’ambito del fronte “Stasi colpevole”, si evocano anche suggestioni “complottiste”. Qualcuno sostiene di intravedere una precisa regia nelle modalità con cui, a livello mediatico, l’inchiesta in corso verrebbe promossa e sostenuta. Siamo inclini a ritenere che, a prescindere dal caso di Garlasco, sui media ogni dato venga in effetti organizzato e proposto non casualmente ma secondo una precisa strategia comunicativa. Ma pensiamo altresì che le suggestioni complottistiche debbano essere maneggiate con estrema cura, perché potenzialmente idonee a costituire la premessa di derive interpretative prive di controllo e senza fondo. A titolo di esempio, adottandole a nostra volta, potremmo persino giungere alla conclusione che esista anche una precisa regia – mediatica e non – volta a screditare l’inchiesta della Procura e coloro che, sui giornali e su Internet, mostrano di appoggiarla.
Riteniamo pertanto preferibile rimanere ancorati ai fatti e non cedere alla tentazione di proporre pubblicamente scenari suggestivi ma ardui da comprovare. Anche perché, pur non adottando un approccio orientato verso le trame sotterranee, gli interessi in gioco, nel caso di specie, risultano piuttosto evidenti. L’interesse della difesa di Stasi è ovvio, palese, dichiarato e comprensibile: percorrere una pista investigativa potenzialmente tesa a invalidare la condanna inflitta al fidanzato di Chiara Poggi. Chiaro, palese e parimenti comprensibile il punto di vista opposto: la condanna di Stasi ha avuto degli artefici e dei sostenitori e, per molti, il suo eventuale decadere non appare certo una prospettiva auspicabile, per le conseguenze che potrebbe comportare a vari livelli.
Da qui il richiamato estremizzarsi della durezza del confronto man mano che la Procura, acquisiti i riscontri tecnici e le risultanze investigative necessari, si avvia a concludere l’inchiesta ed a formulare le proprie richieste al Gip. Le trasmissioni televisive divengono intanto teatro di imbarazzanti interazioni tra lo spettacolo circense, lo psicodramma e l’assemblea di condominio. Ogni residuo ritegno è ormai un lontano ricordo, volano liberamente ingiurie, insulti e – variamente evocato e declinato – il sempreverde, italico “lei-non-sa-chi-sono-io”. Già, perché in questa babele di urla e strepiti, non ci viene chiesto di capire, di valutare in base alle risultanze, ma di accettare per fede le enunciazioni degli esperti perché, a quanto ci viene detto, sono appunto esperti.
A imperitura memoria
Qualcuno, commentato possibili errori investigativi commessi nel corso della prima indagine, avrebbe concluso che sbagliare è possibile. Certo, si può sbagliare. La fallibilità è uno dei tratti più direttamente caratterizzanti l’essere umano. Ma, per un errore investigativo, può finire in carcere un innocente. Può capitare a chiunque. Forse è capitato ad Alberto Stasi. Gli strumenti per correggere gli errori giudiziari ci sono. Talvolta sembra mancare la motivazione “culturale” ad attivarli.
Riteniamo si debba partire dalla consapevolezza appunto della fallibilità umana, di tutti gli esseri umani, anche e soprattutto di chi riveste un ruolo istituzionale o assolve a una funzione pubblica. È, appunto, una precisa prospettiva culturale. Che richiede di riaffermare, ancora e ancora, le ragioni del dubbio e del garantismo. Non per fare sconti agli indagati o agli imputati, ma per essere certi che una condanna possa davvero fondarsi su elementi solidi, inattaccabili, capaci di resistere a ogni legittimo e incisivo tentativo di confutazione. Il caso di Garlasco ci mostra che non sempre è così.
Cosa ricorderemo del nuovo corso dell’indagine sull’omicidio di Chiara Poggi? Tante cose, a prescindere dagli esiti dell’inchiesta e di ciò che potrebbe venire dopo. Ricorderemo i dubbi su una condanna definitiva. La volontà di riaprire il caso per verificare eventuali criticità. L’interesse di qualcuno a mantenere lo status quo giudiziario. La scienza forense e la criminologia evocate in modo appropriato o strumentale, a seconda dei casi, tirate comunque per la giacchetta in tutte le direzioni. La nuova indagine vista poi come opportunità di accrescere gli ascolti di emittenti televisive, testate giornalistiche e canali YouTube. Per taluni, un investimento per uscire dall’anonimato e conquistare visibilità pubblica. La narrazione mediatica come dimensione parallela e alternativa a quella della reale inchiesta giudiziaria. Tutte dinamiche innestate nel milieu ribollente e lacerato di un popolo che sembra non avere ben chiaro cosa sia il confronto civile tra opinioni divergenti e il rispetto per il contraddittore.
Proprio grazie ai mass media, tutto ciò rimarrà a imperitura memoria. Perché tutto si è svolto a beneficio delle telecamere, dei social e della rete. E, diciamo la verità, non molti dei protagonisti di questo rutilante, interminabile spettacolo, hanno dato esattamente il meglio di sé. Il delitto di Garlasco o, meglio, la sua rappresentazione mediatica ha finito per far cadere più di una maschera.
Dovrebbe quindi costituire una lezione di umiltà per ognuno di noi. Soprattutto per coloro che già sappiamo poco inclini ad impararla.
La nuova “svolta che cambia tutto”
Credevamo di poter concludere il pezzo così, facendo la voce grossa e parlando dei massimi sistemi. Nel frattempo, il caso – o la sua controfigura mediatica – è andato avanti. Sui social è comparso il post di un opinionista spesso interpellato sulla vicenda, secondo cui una persona facente parte della cerchia di amici dell’attuale indagato avrebbe rilasciato agli inquirenti informazioni probabilmente decisive per la soluzione del caso. “Ha parlato, ha detto quello che sa, scendendo anche molto nei particolari”, riferisce l’opinionista. “Napoleone e la Procura baserebbero la loro inchiesta anche e soprattutto sulle dichiarazioni rilasciate da questa persona durante appunto una sit e soprattutto l’accelerata sarebbe nata proprio dalle dichiarazioni di questo testimone, almeno di quello che allora succedeva a Garlasco.”
Quando sarebbe successo? Il post rivela anche nome della persona in questione, il che ha richiesto ovviamente di approfondire. Ricerche effettuate ci hanno permesso di giungere alla notizia di riferimento, che il settimanale Giallo sia appresta a pubblicare. “La suggestiva ipotesi di Massimo Lovati, l’ex avvocato di Andrea Sempio”, si legge nell’occhiello della relativa pagina della rivista diretta da Albina Perri. E il titolo recita: “Qualcuno potrebbe essersi pentito […]?”
L’articolo si apre con la seguente dichiarazione dell’avvocato Lovati: “Credo che a questo punto in questa storia, oltre al mandante e al sicario, non sia escluso che esista anche un pentito.” Nell’articolo si legge tra l’altro: “Tra i ‘sogni’ di Lovati, però, ora compare anche un pentito che, senza nemmeno tanti misteri, per lui sarebbe vicino ad ambienti spirituali […].” Si nomina il soggetto in questione e, proseguendo nella lettura, apprendiamo che questi “pare che sia stato sentito in Procura la scorsa estate” e che “potrebbe aver offerto informazioni interessanti [corsivo nostro]”, etc.
Dunque, anche in questo caso, “svolta decisiva” annunciata ma rimandata a data da definirsi. Si tratta di congetture o di una precisa strategia per lasciar cautamente filtrare elementi davvero significativi?
Ed eccoci ancora una volta a caccia di fatti, con la consueta difficoltà ricavarli dal fitto intrico di suggestioni, congetture, effetti ottici, aspettative, illazioni, proiezioni e miraggi con cui viene mantenuto desto l’interesse sul caso. E con l’augurio che presto intervenga il punto fermo della conclusione dell’inchiesta.
1 “Il pubblico ministero, quando procede ad accertamenti, rilievi segnaletici, descrittivi o fotografici e ad ogni altra operazione tecnica per cui sono necessarie specifiche competenze, può nominare e avvalersi di consulenti, che non possono rifiutare la loro opera”, stabilisce l’art. 359, primo comma, c.p.p. “Il consulente può essere autorizzato dal pubblico ministero ad assistere a singoli atti di indagine”, aggiunge il secondo comma.



