Pavia. Dopo il deposito della perizia genetico-forense relativa al Dna rivenuto sulle unghie di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007, e in vista della conclusione delle indagini attualmente in corso nei confronti di Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, stiamo assistendo a un ulteriore deflagrare delle già virulente polemiche che hanno accompagnato fin dall’inizio la nuova inchiesta sul caso, ufficialmente avviata a marzo 2025.
Giornali, televisione e rete sono ormai da quasi un anno ostaggio di commentatori, analisti, opinionisti impegnati a sostenere tutto e il contrario di tutto, a criticarsi e delegittimarsi a vicenda, dando vita a una urlante babele di pronunciamenti che certo, ai fini dell’effettiva conoscenza del caso e delle indagini in corso, non si rivela eccessivamente utile. Difficile, in un simile frangente, distinguere la notizia dal pettegolezzo, la cronaca dal gossip, l’autentica inchiesta giornalistica dallo scandalismo apparentemente “investigativo”.
Ma, in effetti, in tanta confusione, in mezzo al rumore sempre più assordante e ai toni sempre più accesi, sembrerebbe emergere qualche elemento significativo, sia pure ancora interlocutorio. Tra l’altro, parrebbe profilarsi una specifica dinamica operativa, una strategia processuale della difesa della famiglia Poggi, la famiglia della vittima. Ciò, riteniamo, in vista della possibile, prossima richiesta di revisione della sentenza che, dopo due precedenti assoluzioni, ha ritenuto responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi l’allora fidanzato Alberto Stasi.
Il movente che non c’è
Un breve passo indietro. Com’è noto, una delle maggiori criticità dell’inchiesta, emersa fin dall’inizio, è quella dell’assenza di un plausibile movente per il delitto, almeno per quanto riguarda Alberto Stasi. Talvolta si sente dire che, ai fini di una condanna, il movente non risulta necessario, che il pronunciamento dei giudici deve avvenire sulla base di riscontri oggettivi, di prove certe, a prescindere dalle possibili motivazioni che possano aver indotto un imputato ad agire. Certamente. A detta di molti, però, nel caso di specie, a fondare la condanna, mancherebbero anche i suddetti risconti oggettivi, le summenzionate prove certe. E, come se non bastasse, risulta vistosamente indefinito proprio il motivo che avrebbe portato, diciotto anni fa, il giovane fidanzato di Chiara, a ucciderla in modo tanto violento e brutale.
Per riempire questo vuoto non indifferente, ci si è concentrati sul fatto – mediaticamente assai enfatizzato – che il computer di Stasi sarebbe stato traboccante di immagini pornografiche. Addirittura pedopornografiche, per assicurarsi senza equivoci la più assoluta e irreversibile riprovazione del pubblico. Una specifica accusa di detenzione di materiale di tal genere, formulata ad abundantiam nei confronti del giovane, si sarebbe peraltro rivelata inconsistente in sede giudiziaria. È tuttavia rimasto lo stigma del consumo di “semplice” materiale pornografico, pure idoneo a tener vivo lo sdegno morale (e la condanna via mass-media) delle anime belle di questo Paese. Qualcuno ha cercato di rincarare la dose, affermando che, nel pc, collocate in una sottocartella senza nome (per taluni “segreta”) all’interno dell’ormai nota cartella denominata “Militare”, sarebbero state conservate fotografie riproducenti indicibili scabrosità e pratiche aberranti, compatibili solo con una mente ossessionata dalla sessualità più distorta, eccetera, eccetera.
Più avanti prenderemo in considerazione l’effettivo contenuto della cartella. Per il momento, ricordiamo che, secondo i sostenitori della colpevolezza di Stasi, il movente del delitto risiederebbe proprio in questo: nell’avere, Chiara Poggi, scoperto l’indicibile orrore nel computer del fidanzato. Da ciò sarebbe scaturita una feroce lite, culminata con il violento omicidio. Sennonché, una perizia informatica del 2009 aveva concluso che, prima del delitto, Chiara Poggi non avesse aperto la predetta cartella e, più recentemente, nel corso di una puntata della trasmissione Zona Bianca, trasmessa su Rete4, i periti informatici Roberto Porta e Daniele Occhetti, all’epoca incaricati dal giudice Stefano Vitelli di recuperare i dati del pc del fidanzato della vittima, hanno ribadito la circostanza.
Le perizie informatiche del 2009 e del 2014
Nel loro elaborato, gli esperti avevano ricostruito con precisione le azioni compiute da Chiara sul computer del fidanzato, nel lasso di tempo in cui questi si era assentato per andare a casa a prendersi cura del cane: alle 21,59 la giovane aveva inserito nel dispositivo una chiavetta usb, dalla quale aveva trasferito duecentottantasette foto della recente vacanza a Londra con Alberto, ne aveva guardate alcune, soffermandosi poi sulle immagini di un cagnolino. Tra le 22,09 e le 22,14 risultano dalla perizia cinque minuti di “vuoto informatico” ma, a dettadei periti, sarebbe da considerarsi escluso che, in così poco tempo, la ragazza possa aver individuato i file pornografici, nascosti nella sottocartella senza nome all’interno della cartella “Militare”.
Nel processo di appello bis del 2014, ricorda Open, i consulenti tecnici del sostituto procuratore di Milano Laura Barbaini erano poi riusciti a decodificare i predetti cinque minuti di attività sul pc, confermando che Chiara non avesse visionato le immagini. Certo, allora, il quesito sottoposto alla loro attenzione riguardava la possibilità che, nei giorni precedenti il delitto, Stasi potesse aver cancellato alcuni files dal pc e, dunque, il predetto dato non era stato adeguatamente posto in risalto (anche perché riteniamo che non avrebbe troppo giovato all’impianto accusatorio).
Ora i dati di sistema analizzati allora sono stati portati in evidenza dai citati Roberto Porta e Daniele Occhetti, consentendo di ricostruire con precisione il vuoto informatico di cui sopra. Quindi: dalle 22,09 alle 22,14 del 12 agosto 2007, Chiara avrebbe aperto il file word della tesi di laurea del fidanzato. Il sistema risulta aver registrato un file temporaneo di salvataggio automatico del programma alle 22,09 e 28 secondi, come dimostrato dal log “salvataggio automatico di core preventivo.ads”. Due secondi dopo, la giovane aveva lavorato sul testo, apportando alcune correzioni e leggendo l’elaborato fino alle 22,14,24, orario in cui risultano altri due salvataggi delle modifiche. Stasi aveva fatto quindi ritorno alla villetta dei Poggi, sita in via Pascoli.
Il contrattacco della famiglia Poggi
I legali della famiglia della vittima, gli avvocati Francesco Compagna e Gian Luigi Tizzoni, si stanno muovendo su più fronti, in vista chiusura delle indagini su Andrea Sempio (si ventila verosimilmente una richiesta di rinvio a giudizio) e della possibile richiesta di revisione della condanna (eventualità avversata decisamente dai Poggi, che ribadiscono la loro ferma convinzione circa la colpevolezza del fidanzato della figlia, condannato a risarcire loro una somma che Economy Magazine quantifica in circa 850.000 Euro).
Ebbene, la difesa dei Poggi, parte civile nel procedimento, ha richiesto ai propri consulenti “un ulteriore approfondimento informatico, dal quale è emerso che la sera prima di essere uccisa, Chiara aveva fatto accesso proprio alla cartella del pc di Stasi in cui erano stati catalogati – per genere – i numerosi file pornografici già esaminati all’epoca”, hanno dichiarato. “Qualora lo riterrà opportuno, questo dato potrà essere verificato anche in contraddittorio mediante apposito incidente probatorio”, hanno aggiunto. “Da parte nostra continueremo ad approfondire celermente ogni ulteriore elemento utile ad una ricostruzione ancor più dettagliata dei fatti, nell’interesse della verità e della giustizia.”
Gli esperti nominati dalla famiglia Poggi, Nanni Bassetti e Fabio Falleti, sarebbero riusciti, mediante l’impiego di nuovi software “molto precisi” a stabilire “con assoluta certezza” le operazioni compiute da Chiara al pc di Stasi. Secondo loro, la giovane avrebbe avuto accesso “all’anteprima” della cartella denominata “Militare”, visionando i predetti file pornografici.

Un retrogusto moralistico
A quanto pare, l’idea che la ragione dell’aggressione omicida sia da ricercarsi nella scoperta, da parte di Chiara, dell’ormai noto materiale sessualmente orientato rimane una sorta di “idée fixe” e riteniamo il dato estremamente significativo, non tanto ai fini dell’effettiva ricostruzione della dinamica del delitto (chi indaga formula, o dovrebbe formulare, legittimamente ogni ipotesi, da sottoporre a verifica), ma perché idoneo a dar conto dell’approccio diremmo antropologico e culturale con cui i media e una certa parte di pubblico si rapportano all’indagine.
Ecco quanto riporta Leggo in proposito: “Un elemento centrale riguarda l’apertura di un file specifico, privo di nome, che secondo i consulenti sarebbe stato visualizzato prima da Chiara e poi riaperto da Stasi la mattina successiva.” Cosa poteva mai raffigurare l’immagine in questione, da scatenare il disappunto di Chiara nonché la furia omicida del fidanzato? Secondo questa narrazione, saremmo autorizzati ad aspettarci qualcosa di scabroso oltre ogni dire. Lo stesso quotidiano citato ce lo descrive puntigliosamente: “La foto in questione, senza nome, ritrarrebbe una ragazza bionda, di spalle, con pantaloni a vita bassa dai quali emerge chiaramente parte del fondoschiena, coperto solo da un sottilissimo tanga nero.”
Nientemeno. E aggiunge: “Un’immagine che, secondo i periti [in realtà, consulenti tecnici di parte e la differenza non è un mero cavillo terminologico, ndr], potrebbe aver avuto un peso nella dinamica degli eventi e che riporta l’attenzione su ciò che Chiara potrebbe aver scoperto nelle ore precedenti alla sua morte.”
Confessiamo di aver riletto più volte questi passaggi, increduli nell’apprendere, dopo tante illazioni circolate sui media, le reali caratteristiche del contenuto della cartella, che sinceramente immaginavamo diverso. La foto in questione, mostrata e debitamente commentata nel corso di una puntata di Quarto grado, sembra rivelare un tasso di erotismo forse appena più elevato dell’immagine di uno show da prima serata o di un manifesto pubblicitario. Ci rimane in tutta franchezza oscuro come uno scatto del genere potrebbe aver costituito addirittura la premessa di un brutale omicidio.
Si dirà: il resto del contenuto della famigerata cartella avrà avuto certo tratti ben più morbosi e patologici. Non tutti concorderebbero. “Quarto Grado ha mostrato una delle foto della famosa cartella militare che avrebbero sconvolto Chiara. Vi assicuro che le ho viste tutte e sono tutte così”, si legge in un post pubblicato su Facebook da Albina Perri, direttrice del settimanale Giallo, il 16 gennaio 2026, alle ore 22,30. Non abbiamo visionato a nostra volta tutte le foto di Stasi, ma riteniamo di prestar fede alla giornalista perché afferma dati comunque facilmente verificabili.
Senza contare che, se pure nella cartella vi fossero state foto più “forti”, nella circostanza si fa esplicito riferimento alla sola visione di questa e altre non avrebbero quindi avuto un ruolo nel precipitare degli eventi. E, ancora, ammettendo pure che il computer in questione fosse stato davvero stipato di immagini hard, giova forse ricordare quando considerato dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Oscar Cedrangolo, nella relazione presentata in sede di ricorso avvero la sentenza dell’Appello bis, che aveva visto condannare Stasi.
Cedrangolo auspicava l’annullamento della sentenza in questione, evidenziando le numerose criticità che a suo dire caratterizzavano l’impianto argomentativo e probatorio in essa recepito. “La sentenza di condanna dà atto che il movente non è stato individuato – né avrebbe potuto fare diversamente – ma poi si è preoccupata di costruirne uno legato alla vicenda delle immagini pornografiche sul computer dell’imputato”, scrive il Procuratore Generale. “La cui visione potrebbe aver turbato la ragazza, e potrebbe aver provocato un litigio, che potrebbe aver ingenerato nell’imputato il timore che la fidanzata potesse svelare questa sua perversione, distruggendo la sua immagine di ragazzo ‘perbene’.”[1]
Ed ecco un passaggio assai significativo, che ci sembra utile ribadire: “Prescindiamo pure dal fatto che, secondo le risultanze processuali, entrambi i ragazzi facevano largo uso di immagini pornografiche [corsivo nostro]. Ma mi sembra che sia la logica che ancora una volta impone di escludere l’ipotesi che l’imputato, per evitare che la ragazza rendesse pubblica la sua perversione, di collezionista di pornografia, decidesse di massacrarla, precostituendosi poi come alibi proprio l’utilizzo di quel computer pieno di immagini pornografiche, che il giorno dopo ha consegnato spontaneamente ai carabinieri.”[2]
E qui riportiamo, tratto da Panorama, uno scambio di messaggi tra Chiara e Alberto risalente al 17 settembre 2006 in merito al download di materiale appunto pornografico. “Quando mi mandi l’altro filmino, mi fai uno squillo che vengo ad accettare”, scrive la giovane al fidanzato. Ancora, riferendosi a un filmato, la stessa Chiara afferma: “Quando lo guardo dovrò togliere l’audio se no divento rossa.” “Comunque, l’audio tienilo che è pornissimo!”, risponde il fidanzato. Qualcuno ha ritenuto di evocare, nel rapporto tra i due fidanzati, il supposto, profondo disagio di lei a causa delle perversioni di lui. A noi sembra piuttosto di scorgere una certa, divertita complicità.
Non vi è molto altro da aggiungere. Salvo rimarcare l’immanenza, nella rappresentazione mediatica dell’indagine, di un sotterraneo moralismo pervaso di sessuofobia, che pare un retaggio dell’Italia che fu, ritenuto ormai morto e sotterrato e che, al contrario, viene all’occorrenza richiamato in servizio, in questo caso per evocare un movente sostenibile solo facendo appello alla componente irrazionale del pubblico e alla sua propensione per la giustizia sommaria. Per libera associazione potrebbe riaffiorare alla mente l’esagitato moralista messo alla berlina negli anni Sessanta da Federico Fellini nel mediometraggio Le tentazioni del dottor Antonio.
Il computer di Chiara
Tornando alla consulenza tecnica di parte dei legali della famiglia Poggi, i difensori di Stasi, gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, hanno diramato una nota nella quale si legge: “Ciò che certamente si può affermare è che, dai primi accertamenti, il dato fornito dalla difesa Poggi non risulta affatto confermato, come peraltro già stabilito in una perizia”. L’asserito “dato” che sarebbe emerso dalla consulenza tecnica “secondo cui Chiara avrebbe fatto accesso” quella sera “alla cartella ‘Militare’” risulterebbe “totalmente irrilevante in considerazione del rapporto tra Alberto e Chiara, ormai ben noto a tutti” e poi “va considerato con grande cautela, come certamente sanno i consulenti tecnici di parte che lo hanno fornito alla stampa.” La nota preannuncia infine che “la difesa Stasi estenderà l’analisi forense, a questo punto, anche al computer di Chiara Poggi, per tutto quanto di interesse.”
Gli inquirenti starebbero infatti conducendo verifiche su una cartella che, all’interno del suo computer, Chiara Poggi avrebbe bloccato con una password per evitare l’accesso ad altre persone. Si ipotizza quindi potesse contenere dei video intimi tra la vittima e Alberto Stasi e si cerca di risalire a chi potrebbe averne presa visione prima che l’accesso venisse inibito.
E, nella consueta prospettiva sessocentrica che, almeno a livello mediatico, caratterizza questa inchiesta, è stata dunque proposta e dibattuta una variazione sul tema rispetto allo scenario delle fotografie prima considerato: il delitto potrebbe appunto scaturire, questa volta, dalla visione predetti file intimi nel pc della vittima, ipoteticamente visionati dall’attuale indagato e idonei a far deflagrare altrimenti sopite attitudini omicide, eccetera. Uno dei legali di Sempio, l’avvocato Liborio Cataliotti, ha bollato queste congetture come “illazioni pure”. Aggiungendo: “Sfidiamo chiunque a smentire con prova contraria.”
Lo stesso Cataliotti, insieme alla collega Angela Taccia, altra legale di Sempio, ha quindi rivolto al Gip istanza di ammissione di incidente probatorio proprio relativo alle copie forensi dei computer di Stasi e di Chiara Poggi. Istanza che il giudice ha dichiarato inammissibile, accogliendo le osservazioni della Procura in proposito.
Oggetti personali
Nei giorni scorsi si è anche parlato dell’analisi, sempre effettuata da consulenti di parte dei Poggi, degli oggetti che Chiara Poggi indossava la mattina del delitto, il 13 agosto 2007. Analisi che, a detta della difesa della famiglia, avrebbero fatto emergere elementi finora non adeguatamente valutati. I reperti in questione sarebbero: una collanina con un ciondolo a forma di dente di squalo, alcuni braccialetti (tra cui uno con il nome “Chiara”), un orologio, una cavigliera e un paio di orecchini. In particolare, per quanto riguarda questi ultimi: uno degli orecchini è stato rinvenuto ancora al lobo della vittima, l’altro sul luogo dell’aggressione, perso probabilmente nel corso della colluttazione.
“Le analisi sono terminate e hanno fornito i riscontri che stavamo cercando”, ha spiegato il consulente di parte Dario Redaelli, esperto di analisi della scena del crimine, precisando che i risultati potrebbero essere messi a disposizione dei giudici in una possibile istanza di revisione del processo che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Dunque, più che di una notizia, sembrerebbe trattarsi dell’annuncio di una futura, eventuale notizia. Cui però pressoché tutti i quotidiani italiani hanno riservato particolare risalto.
BPA
Una simile considerazione parrebbe potersi riferire anche a una ulteriore consulenza tecnica richiesta dalla difesa della famiglia Poggi, una Bloodstain Pattern Analysis, tipologia di esame delle macchie di sangue presenti sulla scena del crimine volta a ricostruirne la dinamica. Giorni fa, il Corriere della Sera ha preannunciato che, a breve, i consulenti di parte avrebbero consegnato agli avvocati committenti un elaborato tecnico, anticipandone le conclusioni, ovvero che – a parere dei tecnici di parte – l’aggressione omicida sarebbe iniziata in cucina e non all’ingresso dell’abitazione. Una posizione, del resto, che la parte civile sostiene fin dal processo del 2009 e che risulta coerente con l’assunto da questa sostenuto, secondo cui il colpevole dell’omicidio sarebbe Alberto Stasi. Le analisi del Ris sono invece approdate, fin dall’inizio, all’opposta conclusione.
L’odierna consulenza tecnica di parte si basa sulla “rimasterizzazione delle fotografie della scena del crimine”, ha spiegato Redaelli a LaPresse, tramite “software più moderni delle immagini” dell’epoca, da incrociare con nuovi elementi emersi nel corso dell’incidente probatorio genetico e dattiloscopico svoltosi nell’estate del 2025, come l’individuazione del Dna dell’ex fidanzato della vittima sulla cannuccia dell’Estathè recuperata nella spazzatura prelevata nel 2007 ed esaminata appunto solo nei mesi scorsi.
L’avvocato Antonio De Rensis, difensore di Stasi, ha considerato che, se l’aggressione fosse davvero iniziata in cucina e non all’ingresso della casa, il dato confliggerebbe con la perizia “caposaldo della condanna di Alberto Stasi”, quella a suo tempo firmata da Roberto Testi, Gabriele Bitelli e Luca Vittuari. “Dove sono le ricostruzioni di Testi che hanno portato alla condanna?”, si è chiesto. Le nuove conclusioni dei Poggi sono “in antitesi con Testi”. Anche in questo caso, si potrà in concreto valutare il dato non appena si disporrà effettivamente dell’elaborato, per ora solo annunciato.

Una singolare sovrapponibilità
Un elemento singolare emerso in questi giorni riguarda le tracce biologiche repertate, all’epoca della prima indagine, sul pedale della bicicletta di Alberto Stasi. Una testimone ritenuta attendibile aveva riferito di aver visto una bicicletta nera appoggiata al muretto della casa dei Poggi. Non tenteremo qui di spiegare i motivi per cui, in sede di inchiesta, si sia ritenuto di procedere invece al sequestro di una bicicletta rosso bordeaux dell’allora sospettato. Il settimanale Giallo rimarca però un singolare elemento: la quantità di Dna di Chiara che risultata presente sul pedale destro esaminato (campione bu_p1) appare identica a quella recuperata sul cucchiaino con cui la stessa aveva fatto colazione il giorno del delitto (campione 29). Sul settimanale si legge infatti che “la concentrazione di Dna nel campione bu_p1 (2,78 ng/ul di solo Dna femminile) fa ritenere che esso sia relativo a fluidi biologici contenenti molti residui cellulari. Il campione 29, ottenuto dal cucchiaino, è risultato anch’esso contenere circa 2,78 ng/ul di Dna. È tuttavia evidente la differenza tra i due oggetti: il cucchiaino è stato sicuramente messo in bocca, il pedale no.” Fatto singolare che legittima in via ipotetica più di uno scenario. Giallo riporta in proposito l’opinione del giornalista delle Iene Alessandro De Giuseppe.
Quella mattina, nei pressi di casa Poggi
Per la trasmissione di Italia 1, lo stesso De Giuseppe ha realizzato, insieme a Riccardo Festinese, un servizio intitolato Delitto di Garlasco: la lista dei nuovi testimoni si allunga, la cui messa in onda è avvenuta l’11 gennaio scorso, dopo aver subito dei rinvii, a quanto si legge sui giornali, per richiesta della Procura di Pavia impegnata nelle indagini. Il servizio in questione propone la testimonianza inedita di due persone che non si conoscono tra loro e che riferiscono quanto avrebbero visto tra le 9,30 e le 10 del 13 agosto 2007 nei pressi della villetta dei Poggi. In particolare, una donna sostiene di aver avvistato una determinata persona in auto; un uomo si dice convinto di aver notato una ragazza bionda su una bicicletta nera, asserendo di averla ben identificata.
Testimonianze di cui ovviamente auspichiamo che venga accertata l’effettiva fondatezza e che non possono non richiamare alla mente – la seconda in particolare – quanto riferito, nel corso della prima indagine, dall’operaio Marco Muschitta, all’epoca ritenuto non attendibile.
“Muschitta è stato ritenuto confuso e inattendibile”, ha dichiarato De Giuseppe prima della messa in onda del servizio. “Io sono andato da Muschitta e lui si è chiuso nel suo garage per quattro ore, non è andato al lavoro”, ha proseguito. “Mi chiedo di cosa abbia paura. Io un’idea me la sono fatta. A Garlasco hanno tutti paura di una famiglia, di una persona in particolare.”
E ha concluso: “A Garlasco ci sono persone che hanno visto cose e le coscienze cominciano a svegliarsi.” Un “risveglio” delle coscienze atteso da molti, nella speranza di poter finalmente chiarire la dinamica dell’omicidio, individuarne il responsabile (o i responsabili) e disvelare ciò che ha impedito l’accertamento della verità per tanti, troppi anni.
[1] G. Ambrosio, Il garbuglio di Garlasco. Un perfetto colpevole e l’ostinata ricerca della verità, Rubettino, Soveria Mannelli, 2022, pp. 118-119.
[2] G. Ambrosio, op. cit., p. 119.

