Il bigliardino, o calcio balilla, nasce così: non da un bar, non da una serata di ozio, ma da un ospedale e da una ferita. Nasce quando il calcio — quello vero, quello che chiede polmoni e ginocchia — viene strappato via ai ragazzi proprio nel momento in cui dovrebbe salvarli dalla paura.
Alejandro Finisterre, in realtà, si chiamava Alejandro Campos Ramírez. Ieri sono passati 9 anni esatti dalla sua morte. Di quelle che c’impoverisocono davvero, non per retorica. Scelse “Finisterre”, fine della terra, come si sceglie un percorso: un capo di mondo più che un cognome, un orizzonte più che una radice.
Era poeta, editore, anarchico; uno di quelli che non credono nelle biografie ordinate, perché sanno che l’ordine spesso è soltanto il nome elegante dell’obbedienza. La sua vita passa tra libri, esili e frontiere, e perfino le sue invenzioni sembrano scritte con la stessa grafia: utili, ribelli, nate per chi resta indietro.
Nel 1936, durante la guerra civile spagnola, resta ferito in un bombardamento e finisce in convalescenza in Catalogna, nell’area di Montserrat. Lì vede ciò che poi racconterà per tutta la vita: bambini e ragazzi immobilizzati, incapaci di correre dietro a un pallone. Il calcio, per loro, diventa una memoria amara: lo desideri, lo immagini, ma non lo tocchi.
Ed è in quel punto che Finisterre fa una cosa da anarchico nel senso più concreto: invece di accettare la perdita come destino, prova a cambiarne la forma. Se non si può andare al campo, allora il campo deve venire da te.
Si ispira al tennis da tavolo e inventa un calcio da tavolo: una scatola di legno, le aste, gli omini, una pallina che non pretende muscoli ma intelligenza. Lo fa costruire a Barcellona con l’aiuto di un carpentiere basco rifugiato, Francisco Javier Altuna.
Dentro quella nascita c’è già un dettaglio che dice molto del clima politico dell’epoca: l’incoraggiamento arriverebbe anche da un dirigente della CNT, il sindacato anarchico. Non è solo artigianato: è mutualismo, è la convinzione che anche il gioco sia un diritto e che un diritto, quando manca, si costruisce.
Nel gennaio del 1937 arriva il brevetto. Da cui si vede bene perché il bigliardino non è un’invenzione “da curiosità”: è un dispositivo di sopravvivenza emotiva, una piccola macchina contro la mutilazione della vita quotidiana.
Finisterre lo pensa per chi non può più giocare come prima, e proprio per questo il bigliardino ha un tono diverso dagli altri oggetti di svago: non nasce per riempire il tempo, nasce per restituire un pezzo di mondo.

Nello stesso periodo brevetta anche un altro oggetto, meno famoso ma forse ancora più rivelatore: un volta-pagine a pedale per le partiture musicali, un congegno che permette al musicista di girare le pagine senza staccare le mani dallo strumento.
È un’invenzione sorella del bigliardino: anche qui c’è qualcuno che non deve interrompersi, qualcuno che deve continuare nonostante un limite. La musica non può fermarsi per una pagina; la vita non dovrebbe fermarsi per una ferita.
Poi la guerra finisce nel modo peggiore per chi aveva scelto la parte sconfitta. Vincono i franchisti, il fascismo compie un altro passo in Europa. Finisterre attraversa i Pirenei verso l’esilio e, secondo il racconto ripreso da più fonti, perde i documenti dei brevetti sotto la pioggia: carte ridotte a poltiglia, come se la Storia avesse voluto ricordargli che nulla è garantito, nemmeno la paternità di un’idea.
Da quel momento il bigliardino comincia a circolare anche senza di lui, e lui continua a circolare senza patria: Francia, America Latina, editoria, poesia, amicizie e fughe. Il suo talento non è solo inventare oggetti: è inventarsi la vita, ogni volta, da capo.
Quando muore, il 9 febbraio 2007, il bigliardino è già dappertutto: nelle case, nei bar, nei circoli. È diventato un gesto automatico, una partita al volo. Ma se lo si guarda bene, il centro di quella scatola di legno non è la nostalgia: è una scelta politica travestita da gioco.
Il bigliardino ci dice che l’accesso al divertimento non deve appartenere solo ai corpi sani, che si può costruire una felicità “a misura di ferita”, che persino in guerra — soprattutto in guerra — vale la pena di difendere ciò che sembra inutile e invece è essenziale: il gioco, la mano, la compagnia, la possibilità di fare gol anche quando non puoi più correre.
Finisterre è stato ribelle e anarchico non perché amasse le pose, ma perché ha creduto fino in fondo a una cosa semplice: se un ordine produce esclusione, si cambia l’ordine. E se non puoi cambiarlo tutto, almeno cambi ciò che ti sta davanti. Un tavolo può diventare un campo. Un pedale può liberare le mani di un pianista. Una guerra può perdere, per un attimo, la pretesa di comandare anche sul gioco.
E chissà, forse ogni volta che davanti a quel meccanismo infernale ci viene, ancora oggi, da grandi, la voglia di fare la “girella” a manetta, senza senso, per pura gioia, solo per fare un po’ di casino, in qualche angolo dell’universo Finisterre se la ride felice di aver alimentato con il gioco la nostra disobbedienza alle regole.


