Nell’ultima settimana ho ricevuto un pressante invito da alcuni lettori e lettrici, miei ex colleghi dell’assistenza domiciliare e delle Asl romane più attive nell’affrontare il disagio psichico negli anni passati, a puntare i riflettori sulla restaurazione in corso nel campo della psichiatria italiana. Un ritorno, d’inciviltà, alla situazione che precedeva la legge 180, poi assorbita nella legge sulla riforma sanitaria del ’78. Poi ieri, dopo la pubblicazione su questo e altri blog del mio articolo relativo al raddoppio del numero dei minori con disturbi psichici, due milioni di bambini e adolescenti, mi sono arrivate diverse email, di genitori in particolare, che denunciavano ostacoli e assenze delle strutture pubbliche a cui si rivolgevano per chiedere aiuto.
A questi Sos dobbiamo aggiungere la notizia della riapertura del Padiglione 14 del Santa Maria della Pietà, l’ospedale psichiatrico di Roma, destinato a struttura residenziale per disturbi del comportamento alimentare. C’è poi un problema, del quale non importa niente a nessuno, perchè non porta voti, delle decine di persone con disturbi psichici in carcere, nonostante, secondo la stessa legge italiana, la Corte Costituzionale e le ormai consuete condanne dell’Italia alla Corte Europea per i diritti dell’Uomo, abbiano diritto a essere ricoverate in apposite strutture.

Era il 13 maggio 1978, esattamente 44 anni fa, quando il Parlamento italiano approvava la legge 180, rendendo il nostro Paese l’unica nazione al mondo senza manicomi.
E’ la cronaca di un altro disastro socio sanitario che colpisce le persone fragili e i loro familiari, ma che sul piano politico e culturale pone un enorme problema a tutta la società italiana. Sono passati soltanto pochi mesi da quando l’ex primario del Santa Maria della Pietà Tommaso Losavio, protagonista della chiusura del manicomio di Roma, colui che al culmine di un lungo percorso al fianco di Franco Basaglia riuscì a liberare i pazienti (vi consiglio il suo libro “Fare le 180” per le Edizioni Ets), chiedeva al sindaco Gualtieri di restituire alla Capitale quella gigantesca struttura, la più grande in Europa (270 mila metri quadri), sotto forma di verde pubblico e memoria delle migliaia di vite torturate e spezzate. Le politiche regionali sembrano invece andare in direzione contraria.
La Consulta regionale per la salute mentale ha deciso all’unanimità di rendere pubblico il proprio dissenso sulla riapertura del Padiglione 14 del Santa Maria della Pietà. Il reimpiego delle aree e degli edifici degli ex Ospedali Psichiatrici per attività connesse ai servizi per la salute mentale è esplicitamente vietato per legge, ricorda la Consulta ai politici, chiedendo al governatore Zingaretti e all’assessore D’Amato di trasferire in un’altra sede appropriata i posti residenziali che la struttura del Padiglione 14 utilizzerà per le persone con disturbi alimentari.

Sarebbe troppo lunga in questa sede la storia delle molte imprese sociali che hanno tentato in questi decenni interventi non residenziali, molto importanti quelli lavorativi, all’interno del Santa Maria della Pietà, per essere poi sfrattate o sgomberate dalle istituzioni senza essere ricollocate altrove.
La riapertura dei manicomi passa anche per i tagli al personale delle strutture territoriali. E’ del 2019 la denuncia degli operatori del Centro di Salute Mentale di Schio, provincia di Vicenza, dove i pazienti psichiatrici venivano legati ai letti per ore e per giorni a causa della mancanza di personale. Potremmo continuare con decine di esempi simili in tutta Italia, ma lo scopo è al momento soltanto quello di lanciare un allarme sulla situazione generalizzata.
Ogni volta che ci sono tragedie che finiscono nel sangue, stragi in famiglia o violenze commesse da persone con problemi psichiatrici, non mancano giornali che chiedono apertamente di riaprire i manicomi. La nave dei folli di cui parlava Foucault, quel battello su cui venivano imbarcati e mandati alla deriva i “matti” nel medioevo, resta il modello culturale privilegiato di chi, incurante dell’aspetto umano, vede anche nella psichiatri un’occasione di guadagno.
L’Atlante 2017 dell’Oms sulla salute mentale denunciava che in Italia la spesa in cure sanitarie psichiatriche incide soltanto per il 3,5% sulla spesa sanitaria totale. I tagli però dal 2017 a oggi sono continuati. L’utenza trattata dai servizi di Salute Mentale italiani soltanto nel 2015 è stata di 777.035 soggetti, con un tasso pari a 1.593,8 persone ogni 100.000 abitanti, mentre l’utenza al primo contatto è stata di 369.569 soggetti, pari al 47,6% dei trattati e a 728,9 persone ogni 100.000 abitanti.
La salute mentale non è nemmeno menzionata nel Pnrr, nonostante la pandemia prima e la guerra adesso abbiano portato a un aumento esponenziale del numero di persone in cerca di assistenza e moltiplicato i minori con disagio.
La riduzione costante di risorse umane ed economiche sposta come sempre la richiesta di assistenza verso la sanità privata, visto che esistono soltanto 3 psicologi pubblici ogni centomila abitanti. Eppure, a fronte di un disagio sociale che come confermano i numeri colpisce sempre di più la popolazione, sembra impossibile aprire un dibattito serio e reale per fare il punto sulla gestione della salute mentale in Italia. Un compleanno molto amaro per la legge 180.



