Dal Golfo al Mekong: la guerra entra nel prezzo del cibo

La guerra in Iran non minaccia soltanto il Golfo o i mercati energetici. Sta già entrando nelle filiere globali del cibo. Il caso del delta del Mekong, in Vietnam, mostra con chiarezza come un conflitto nel cuore del Medio Oriente possa arrivare fino a una delle principali aree agricole del pianeta, colpendo insieme carburanti, fertilizzanti, lavorazione del riso, trasporti e prospettive di semina.

Il punto di partenza è lo Stretto di Hormuz. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 e nel primo trimestre del 2025 attraverso quel passaggio sono transitati in media circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% del consumo mondiale di liquidi petroliferi e a una quota enorme del petrolio scambiato via mare.

Quando questa arteria si blocca o viene anche solo parzialmente compromessa, il contraccolpo non resta confinato alla geopolitica: si trasferisce immediatamente su costi energetici, noli, assicurazioni e catene di approvvigionamento.

È per questo che il Mekong diventa una lente potentissima. Il Vietnam è uno dei grandi esportatori mondiali di riso e nel 2025 ha superato gli 8 milioni di tonnellate esportate, per un valore di oltre 4 miliardi di dollari.

Non stiamo parlando di un settore marginale, ma di un nodo cruciale della sicurezza alimentare asiatica e globale. Se lì si fermano chiatte, riserie e semine, la questione non è locale: riguarda i mercati regionali e, a cascata, i prezzi alimentari internazionali.

Lo shock passa innanzitutto dal carburante. Reuters ha riferito che nella fase più acuta della crisi i prezzi fisici del greggio hanno sfiorato i 150 dollari al barile, mentre anche dopo l’annuncio della tregua il petrolio è rimasto elevato e instabile, con Brent e WTI ancora vicini ai 97 dollari e con premi assicurativi e costi di trasporto sostenuti dall’incertezza sullo Stretto di Hormuz.

In un’area agricola come il Mekong, dove il raccolto, l’irrigazione, la lavorazione e la logistica dipendono dal diesel, questo significa rincari immediati lungo tutta la filiera.

Ma il colpo forse più insidioso arriva dai fertilizzanti. Reuters scrive che la guerra ha interrotto pesantemente il commercio di fertilizzanti nell’area del Golfo, ricordando che circa un terzo del commercio globale di fertilizzanti passa attraverso Hormuz.

I prezzi dell’urea mediorientale sono saliti di oltre il 40% in poche settimane, mentre quelli statunitensi di circa il 32%. In parallelo, l’India ha aumentato dell’11,6% i sussidi ai fertilizzanti per la stagione estiva proprio per assorbire il rincaro delle importazioni. Se uno Stato delle dimensioni dell’India corre ai ripari con nuovi fondi pubblici, vuol dire che lo shock è già sistemico.

Ecco quindi che la questione del Vietnam acquista tutto il suo significato politico. Quando gli agricoltori sospendono la semina perché “mettere nuove colture equivale a buttare soldi nel terreno”, non stanno solo reagendo alla paura.

“Testing rice varieties, Vietnam” by CIAT International Center for Tropical Agriculture is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Stanno facendo un calcolo economico razionale: se il diesel costa troppo, se l’urea scarseggia o diventa proibitiva, se i tempi di spedizione si allungano e gli acquirenti esitano, la coltivazione diventa un rischio. E quando questo accade in una regione che alimenta milioni di persone ben oltre i confini vietnamiti, il rischio non è più solo agricolo: è alimentare.

C’è poi un paradosso che rende il quadro ancora più interessante. La FAO segnala che a marzo 2026 il proprio indice generale dei prezzi alimentari è salito del 2,4% rispetto a febbraio, sostenuto anche dalle tensioni in Medio Oriente e dall’aumento dei costi energetici.

Ma nello stesso mese l’indice del riso è sceso di circa il 3%, per effetto di raccolti abbondanti, domanda più debole e svalutazioni. Questo vuol dire che, nel breve periodo, gli agricoltori possono trovarsi stritolati tra prezzi all’ingrosso che non salgono abbastanza e costi di produzione che esplodono. È la peggiore delle combinazioni: margini compressi oggi e rischio di raccolti peggiori domani.

Anche il quadro macro conferma che non si tratta di una storia locale. Reuters ha riferito che FMI, Banca Mondiale e Programma Alimentare Mondiale hanno avvertito che la guerra sta facendo aumentare petrolio, gas e fertilizzanti, accrescendo di conseguenza i prezzi del cibo e l’insicurezza alimentare, soprattutto nei Paesi importatori e più vulnerabili.

Quindi il Mekong non è l’eccezione narrativa di un reportage ben riuscito: è il punto in cui si rende visibile una dinamica già riconosciuta dalle istituzioni internazionali.

La guerra in Iran non produce solo morti, minacce militari e tensione diplomatica. Produce anche una redistribuzione violenta dei costi lungo le filiere: i colpi iniziano nel Golfo, ma finiscono su agricoltori, trasportatori, magazzini, riserie e consumatori a migliaia di chilometri di distanza. Le petroliere ferme a Hormuz e le chiatte immobili nel Mekong appartengono alla stessa storia.

Per questo la tregua di due settimane, ammesso che regga, non basta a chiudere il problema. Anche con una de-escalation, i prezzi dell’energia possono restare alti, i fertilizzanti continuare a scarseggiare e le decisioni di semina restare congelate.

In agricoltura l’incertezza pesa quasi quanto il rincaro: basta una stagione mancata, o sottofertilizzata, per trasformare uno shock energetico in uno shock alimentare differito. E infatti Reuters osserva che, anche dopo la tregua, i flussi nello Stretto restano limitati e il mercato continua a prezzare il rischio.

La lezione del Mekong è quindi semplice e brutale: la guerra non resta mai dove comincia. Oggi passa dal petrolio ai fertilizzanti, dai fertilizzanti al riso, dal riso ai prezzi del cibo. E mostra che, nell’economia globale, la sicurezza alimentare è sempre più dipendente da equilibri energetici e marittimi lontani. Il fronte, in fondo, non è solo dove cadono le bombe. È anche dove si decide se seminare oppure no.

“The Mekong Delta is set to face more extreme weather conditions in Vietnam.6” by CIAT International Center for Tropical Agriculture is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.