C’è un numero che basterebbe da solo a zittire ogni discorso sul “non ci sono le risorse”: in un anno, i miliardari dei Paesi del G20 hanno visto crescere le loro fortune abbastanza da tirare fuori dall’indigenza 3,8 miliardi di persone.
Ripetiamolo, perché fa quasi ridere: con l’aumento di ricchezza di una manciata di super-ricchi, si potrebbe garantire a quasi metà del genere umano di non vivere più sotto la soglia di 8,30 dollari al giorno. Non “redistribuendo tutto”, non facendo la rivoluzione: solo fermando per un attimo la giostra. Invece la giostra gira. E gira bene.
Le fortune dell’1% più ricco sono salite del 16,5% in dodici mesi: da 13,4 a 15,6 trilioni di dollari. Più di 2,2 trilioni in più. Sai quanti ne servirebbero per portare i poveri del mondo almeno a respirare un po’? 1,65 trilioni. Loro in un anno hanno incassato molto di più. Sono numeri tecnicamente osceni.
Dal 2000 al 2024 la ricchezza privata globale è esplosa, ci spiegano. Ma “globale” è una parola furba: a guardarla da vicino, quell’esplosione ha scelto campo. Il 41% dell’incremento è finito nelle tasche dell’1% più ricco del pianeta. Alla metà più povera dell’umanità è rimasto l’1%. È una percentuale, ma si potrebbe tradurre anche così: i molti lavorano, i pochi si tengono il mondo.
A dirlo, stavolta, non sono i soliti pericolosi sovversivi, ma una task-force del G20 presieduta da Joseph Stiglitz. Gente che frequenta ministeri e board, non centri sociali. Eppure arriva alla stessa conclusione: una disuguaglianza così non è solo ingiusta, è suicida. Distrugge i sistemi economici, spacca le società, rende le democrazie una parola vuota riempita di rancore.
Per mettere un po’ d’ordine nel disastro, si propone un Panel Internazionale sulla Disuguaglianza, una specie di IPCC per la povertà: scienziati indipendenti, dati seri, analisi sulle politiche. Un tentativo, insomma, di togliere il tema dal talk show e riportarlo sul terreno dei fatti. Il Sudafrica, che ospita il G20, dice sì. Il presidente Ramaphosa annuisce, i comunicati parlano di “lotta alle disparità”.
Intanto però basta affacciarsi fuori dalla sala conferenze per vedere l’altra metà dello spettacolo. Da una parte ci sono patrimoni privati che crescono come se la realtà non esistesse. Dall’altra ci sono Stati pubblici che si svuotano. Più della metà dei Paesi a basso reddito è già oggi in sovra-indebitamento o ci sta scivolando dentro.
Significa bilanci mangiati dagli interessi, non dalle scuole; dai creditori, non dagli ospedali. Oggi 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono più per servire il debito estero che per istruzione o sanità. È un modo elegante per dire che, per loro, ripagare il debito è più importante che vivere decentemente.

Poi ci sono quelli che si offendono se li chiamiamo per nome: i ricchi. Non quelli normali, quelli da yacht-Paese e fondazioni filantropiche a uso immagine. In molti Stati del G20 – Italia compresa – questi signori riescono nell’impresa di pagare, in proporzione al proprio reddito o patrimonio, meno tasse di chi ha uno stipendio normale. Non perché siano geni dell’economia: perché il sistema fiscale è scritto pensando a loro.
Si chiamano “regimi di favore”, “flat tax per i neo-residenti”, “incentivi per grandi patrimoni”: eufemismi per dire che se hai milioni da spostare, lo Stato ti stende il tappeto rosso. Se hai uno stipendio fisso, al massimo ti offre un corso di educazione finanziaria.
Intorno a loro, una ragnatela di paradisi fiscali, fiduciarie, scatole vuote. Il gioco è sempre lo stesso: trasformare il reddito in qualcosa che non si vede, non si tocca, non si tassa. E se un Paese prova a fare sul serio, ecco il ricatto: “se alzi le imposte me ne vado”. Non è mercato, è estorsione legalizzata.
In mezzo, il debito. Non quello dei grandi speculatori, ma quello degli Stati poveri. Il piano del G20 per aiutarli a uscire dalla trappola dell’indebitamento è una tragedia lenta: buone intenzioni, rinvii, procedure. Su 69 Paesi che potrebbero aderire, solo 4 ci hanno provato. Gli altri hanno capito l’antifona: ti do un po’ di fiato in cambio di tagli ancora più duri alla spesa pubblica. Cioè meno servizi, meno welfare, più miseria.
Davanti a questo quadro, Oxfam fa la cosa più ovvia del mondo: chiede al G20 di passare finalmente dalle conferenze stampa alle leggi. Tassare davvero gli ultra-ricchi, inchiodare chi sposta i capitali offshore, smontare i regimi speciali per i “paperoni d’importazione”, coordinare le politiche fiscali per togliere aria al dumping tra Stati.
Non è rivoluzione, è igiene minima. È riconoscere che non puoi continuare a spremere il ceto medio e i poveri mentre lasci intatte le roccaforti dei super-ricchi. È ammettere che non è più accettabile un sistema in cui chi ha meno è controllato fino al centesimo e chi ha tutto scompare dietro una fiduciaria alle Cayman.
E allora possiamo permetterci di essere brutali: se il G20 non ha il coraggio di toccare seriamente i patrimoni dell’1%, ogni discorso sulle disuguaglianze è fuffa di scena. Panel, rapporti, vertici servono solo a dare un’aria rispettabile a un ordine mondiale che funziona così: i molti pagano, i pochi incassano.
E non è vero che “non si può fare altrimenti”. I numeri dell’ultimo anno lo dimostrano: basterebbe fermare la crescita oscena dei super-ricchi per dare a miliardi di persone un minimo di dignità materiale. Non togliergli il jet privato: solo impedirgli di comprarne un altro sulle spalle di chi non ha nemmeno l’autobus.
Se non lo si fa, non è per impossibilità tecnica. È per scelta politica.
Ed è il nome proprio di questa scelta che, forse, al G20 preferiscono non pronunciare: guerra di classe. Sola andata.


