Chi si mette in tasca i soldi destinati alla lotta contro la povertà?

Ci saremmo anche un po’ stufati. Si, proprio noi che parliamo di povertà e contrasto alla povertà tutti i giorni, vorremmo sapere che fine fanno le moltitudini di soldi destinati al miglioramento della vita dei meno abbienti, condizioni che invece peggiorano a vista d’occhio.

Il World Bank Poverty, Prosperity, and Planet Report 2024 ha sollevato la questione di come, nonostante gli ingenti fondi internazionali, la povertà continui a essere un problema radicato in molte nazioni. Dove vanno a finire tutti i soldi? Esploriamo allora alcuni casi concreti per capire dove si inceppa il meccanismo. Il Global Fund ha stimato che, in media, fino al 25% dei fondi destinati a paesi con alti livelli di corruzione vengono persi a causa di appropriazioni indebite o cattiva gestione​.

Sebbene ci siano poche statistiche esatte su quanto degli aiuti globali finisca direttamente nelle mani dei poveri, uno studio del Brookings Institution ha stimato che solo circa il 50-60% dei fondi arriva effettivamente ai beneficiari finali in molti programmi di aiuto internazionale, con il resto speso in costi operativi, logistici e altre inefficienze​.

In alcuni paesi fragili, come il Sud Sudan o Haiti, la percentuale di fondi che non raggiunge i destinatari finali può essere ancora più alta. Rapporti dell’ONU hanno indicato che fino al 50% degli aiuti in contesti di conflitto o disastri può finire nelle mani di organizzazioni inefficaci, corruzione locale o gruppi armati​.

Partiamo dal Sudan, un paese devastato dalla corruzione e dai conflitti interni. Nonostante i miliardi di dollari stanziati dalla comunità internazionale, gran parte dei fondi viene assorbita dai vertici del potere. Nel 2018, un’indagine delle Nazioni Unite ha rivelato che circa il 25% degli aiuti umanitari destinati al Sudan era stato deviato per arricchire le élite politiche, invece di essere utilizzato per alleviare la povertà estrema, che colpisce oltre il 46% della popolazione. Questo problema è aggravato dai conflitti interni, che impediscono la distribuzione equa degli aiuti e delle risorse necessarie.

Un altro esempio emblematico è Haiti, un paese che da decenni riceve aiuti internazionali per la ricostruzione e la lotta alla povertà. Tuttavia, la cronica instabilità politica e i frequenti disastri naturali hanno alimentato un sistema corrotto e inefficiente. Dopo il devastante terremoto del 2010, oltre 13 miliardi di dollari sono stati promessi per la ricostruzione, ma solo una piccola parte ha realmente raggiunto la popolazione più bisognosa. Rapporti successivi hanno rivelato che gran parte dei fondi sono stati mal gestiti, con infrastrutture mai completate e fondi scomparsi a causa della corruzione locale e dell’inefficace gestione delle risorse.

Un altro caso drammatico è quello dell’Afghanistan. Dopo anni di guerra e miliardi spesi per la ricostruzione, il paese è ancora afflitto da una povertà dilagante. Nel 2022, un rapporto del SIGAR (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction) ha denunciato che oltre il 30% dei fondi destinati alla ricostruzione del paese erano stati sprecati o mal gestiti. Le infrastrutture promesse non sono mai state completate, e gran parte degli aiuti è stata assorbita da funzionari corrotti e dai signori della guerra locali. Il risultato è che oltre il 47% della popolazione afghana vive ancora in condizioni di estrema povertà.

L’Etiopia è un altro esempio di come la corruzione e l’inefficienza possano annullare gli sforzi internazionali. Nonostante i miliardi di dollari in aiuti ricevuti, l’accesso a servizi di base come l’acqua e l’istruzione rimane scarso. Nel 2023, un rapporto della Transparency International ha rivelato che gran parte degli aiuti internazionali destinati alla lotta contro la carestia erano stati dirottati da funzionari locali, lasciando milioni di persone senza cibo o assistenza. L’assenza di controlli e la debolezza del governo centrale hanno permesso che i fondi venissero utilizzati per interessi personali.

Guardando alla regione dell’America Latina, il Venezuela rappresenta un altro caso lampante. Nonostante le ingenti risorse petrolifere, il paese ha visto un crollo economico e sociale a causa della corruzione dilagante e della cattiva gestione del governo. Nel 2023, più del 40% della popolazione viveva con meno di 3,2 dollari al giorno, mentre l’iperinflazione e la gestione inefficace delle risorse hanno ulteriormente aggravato la crisi.

In Zimbabwe, la situazione è altrettanto critica. Il paese ha ricevuto aiuti internazionali per miliardi di dollari negli ultimi decenni, ma la corruzione dilagante a livello governativo ha impedito qualsiasi reale progresso. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha segnalato che solo una minima parte degli aiuti alimentari raggiunge effettivamente le popolazioni più vulnerabili, con il 25% degli aiuti che finisce nelle mani delle élite politiche. Questo ha lasciato milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare cronica​.

“2016 Food for Peace Photo Contest” by USAID_IMAGES is licensed under CC BY-NC 2.0.

In sintesi, il denaro destinato alla riduzione della povertà si disperde lungo una catena caratterizzata da corruzione, inefficienza e inadeguatezza politica. Le risorse, che dovrebbero andare direttamente a chi ne ha bisogno, spesso finiscono nelle tasche di funzionari corrotti o vengono utilizzate per scopi politici. Il risultato è che, nonostante i miliardi investiti, la povertà continua a persistere in molte delle regioni più vulnerabili del mondo. Senza un serio impegno per combattere la corruzione e migliorare l’efficienza della distribuzione degli aiuti, il ciclo di povertà non sarà mai spezzato.

Fin qui avremmo fatto semplicemente una ricognizione accademica su alcuni dei paesi dove la dispersione o il furto delle risorse è maggiore. Adesso invece tocchiamo un altro argomento tabù per il mondo dell’associazionismo.

Determinare esattamente quanti soldi destinati alla povertà mondiale arrivino direttamente ai poveri e quanti vengano assorbiti dalle organizzazioni è complicato, poiché i dati variano in base al paese, al programma specifico e alla trasparenza delle organizzazioni coinvolte. Tuttavia, alcune stime possono aiutarci a delineare un quadro più chiaro.

Secondo uno studio del Development Assistance Committee (DAC) dell’OCSE, i costi operativi delle organizzazioni umanitarie possono variare dal 10% al 30% dei fondi totali destinati agli aiuti internazionali. Questi costi includono stipendi, logistica, infrastrutture e gestione delle risorse sul campo. Organizzazioni come la Croce Rossa, l’ONU e grandi ONG impiegano parte dei fondi per coprire spese come stipendi, viaggi e logistica. Sebbene alcune di queste spese siano necessarie per operare in contesti difficili, molti critici sostengono che troppi soldi vengano utilizzati per mantenere le strutture burocratiche delle ONG piuttosto che per finanziare soluzioni concrete sul campo.

Alcuni rapporti hanno evidenziato come, in zone di crisi, ci sia una sovrapposizione tra le attività delle varie organizzazioni umanitarie. Questa mancanza di coordinamento porta a duplicazioni di sforzi e sprechi. Il rapporto “State of Humanitarian System” di ALNAP ha sottolineato come molte organizzazioni non lavorino in sinergia, portando a inefficienze che riducono l’efficacia complessiva degli interventi. Ciò significa che fondi che potrebbero essere meglio distribuiti finiscono frammentati tra progetti simili, senza un impatto tangibile​.

Un’altra critica mossa alle grandi ONG riguarda la mancanza di trasparenza. Molte organizzazioni non rendono pubblico in modo dettagliato come e dove vengono spesi i fondi. Ad esempio, un rapporto di GiveWell, che valuta l’efficacia delle ONG, ha indicato che solo una minoranza delle organizzazioni monitorano in modo chiaro i risultati sul campo, rendendo difficile valutare l’efficacia degli interventi.

Le grandi organizzazioni umanitarie, come l’ONU o grandi ONG internazionali, sono spesso accusate di avere costi di personale eccessivi. In contesti come il Sudan o l’Afghanistan, gli stipendi dei funzionari delle ONG internazionali sono molto più alti rispetto al salario medio locale. Questo crea una distorsione nel modo in cui vengono spesi i fondi. Secondo uno studio di The Guardian, in alcuni progetti, fino al 20% del budget destinato agli aiuti umanitari è stato speso in stipendi per il personale internazionale, sollevando preoccupazioni sulla proporzione di fondi destinati ai beneficiari​.

Alcuni critici sottolineano che molte ONG devono rispondere alle pressioni dei donatori, adattando le loro priorità per soddisfare le richieste di chi finanzia i progetti, piuttosto che delle popolazioni locali. Questo porta a progetti che spesso non sono ben adattati ai bisogni reali sul campo. Secondo il Center for Global Development, le logiche di mercato che governano le donazioni influenzano negativamente l’efficienza delle ONG, che sono costrette a investire ingenti somme in campagne di marketing per attrarre donazioni, piuttosto che in interventi diretti​.

Ci siamo qui limitati a sollevare legittime preoccupazioni su quanto effettivamente arrivi ai beneficiari finali, i poveri. E’ qualcosa più di un sospetto affermare che bisogna iniziare a considerare la catena di distribuzione parte del problema e non della sua soluzione. Per questo facciamo Diogene, per questo motivo vi invitiamo a leggerci ogni giorno.

Gianluca Cicinelli

“Group of women fighting against poverty in Paoua” by hdptcar is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.