A Washington, il presidente Donald Trump firma un ordine esecutivo che chiede di spostare la marijuana dalla fascia più restrittiva del diritto federale americano a una categoria meno punitiva. A Roma, nello stesso tempo storico, la destra di governo tiene in vita una guerra di posizione contro perfino ciò che non “sballa”: infiorescenze di canapa industriale, oli, estratti, CBD.
Due destre, due lessici pubblici incompatibili. Negli Stati Uniti la parola d’ordine diventa “ricerca”, “uso medico”, “buon senso”. In Italia resta “sicurezza”, “tolleranza zero”, “divieto”.
Negli USA l’ordine esecutivo non legalizza la cannabis a livello federale e non cambia automaticamente l’approccio delle forze dell’ordine agli arresti; però mette in moto, con un’accelerazione politica esplicita, il processo di riclassificazione della marijuana verso la Schedule III, cioè una categoria che riconosce un possibile uso medico e abbassa alcune barriere alla ricerca.
Il gesto ha anche un secondo messaggio: il governo federale smette di far finta che cannabis ed eroina siano la stessa cosa sul piano della pericolosità giuridica. Non è rivoluzione, non è “liberi tutti”, ma è un’ammenda simbolica su un impianto repressivo che per decenni ha prodotto carceri piene e scienza povera.
Nel pacchetto, Trump aggancia anche un programma pilota: un rimborso/coverage per prodotti a base di CBD per i pazienti Medicare. È un passaggio che, più della retorica, spiega la direzione. La cannabis, in America, sta diventando un tema di sanità e di mercato prima ancora che di morale.
E lo sta facendo anche dentro un Partito repubblicano che resta diviso: una parte del conservatorismo continua a opporsi alla riclassificazione, ma un’altra parte — quella che fiuta consenso e filiere industriali — ha capito che il proibizionismo totale è un costo politico e un freno economico.
In Italia, al contrario, la destra si muove come se la cannabis fosse ancora soltanto una bandiera identitaria: non un tema su cui regolare e togliere ossigeno al mercato nero, ma un terreno su cui marcare confini morali. Il “decreto sicurezza” (D.L. 48/2025, poi convertito) ha introdotto divieti molto ampi su importazione, cessione, lavorazione, distribuzione e commercio delle infiorescenze di canapa e dei prodotti che le contengono, includendo derivati come estratti, resine e oli.
Il messaggio è semplice: si può discutere all’infinito di “canapa light”, di percentuali di THC, di differenza tra stupefacente e prodotto industriale; ma intanto la linea politica è il divieto, con il corredo di sequestri, incertezza e contenziosi.
Qui sta il cortocircuito che merita un confronto serio. Perché la destra italiana rivendica di difendere la salute pubblica con il pugno duro, ma sceglie strumenti che — nella pratica — producono soprattutto due effetti: danno economico a filiere legali e spinta alla zona grigia.
E quando una merce richiesta non viene regolata ma demonizzata, il risultato non è la sparizione: è la consegna del mercato a chi non compila fatture e non rispetta standard. Il proibizionismo non elimina la domanda; elimina i diritti di chi la intercetta legalmente e alza il margine per chi opera nell’illegale.
Negli Stati Uniti, invece, la destra trumpiana sta facendo un’operazione speculare: non “liberalizza” nel senso europeo del termine, ma normalizza abbastanza da consentire ricerca, riduzione di vincoli e un minimo di integrazione sanitaria per il CBD. È una legalizzazione parziale di fatto, cucita addosso a un sistema dove molti Stati già consentono uso medico o ricreativo e dove esiste un’industria della cannabis che spinge per uscire dall’ipocrisia federale.
C’è anche un lato meno nobile, inevitabile: la riclassificazione può alleggerire alcuni pesi fiscali sulle imprese del settore e rendere più conveniente stare sul mercato legale. “Buon senso”, sì, ma anche business.

Il confronto con l’Italia mette a nudo un’altra differenza, più profonda del colore politico: la capacità (o la volontà) di trasformare un fatto sociale in politica pubblica razionale. La cannabis in Italia esiste, circola, viene consumata. Esiste anche un perimetro medico, con prescrizioni e una filiera regolata dal Ministero della Salute.
Ma la destra sceglie di concentrare energia e propaganda sul lato punitivo, lasciando in sospeso proprio ciò che potrebbe ridurre danni: regole chiare, controlli di qualità, distinzione netta tra uso e abuso, riduzione del mercato criminale. In questo scenario, la repressione diventa una scorciatoia comunicativa: è immediata, produce titoli, consente posture. Non risolve.
La prova che non si tratta di “certezza del diritto”, ma di conflitto politico, è nel caos giudiziario che si sta accumulando attorno alle norme italiane sulla canapa e sul CBD. I tribunali sospendono, confermano, rinviano. Il Consiglio di Stato ha rimesso alla Corte di giustizia dell’Unione europea la questione di compatibilità tra i divieti italiani e le regole del mercato unico; la Corte costituzionale è stata investita di dubbi sulla legittimità di alcuni divieti.
Il risultato, per chi lavora e per chi consuma, è un limbo: non un sistema di tutela della salute, ma una roulette normativa. E la roulette normativa, in Italia, ha sempre un vincitore certo: chi vive di arbitrarietà, di controlli selettivi, di confini interpretativi.
La “comparazione” tra destre, allora, non è un gioco di geopolitica culturale; è una domanda sociale. Perché la destra americana, che su mille altri fronti continua a usare un armamentario securitario, qui sceglie di arretrare di un passo rispetto alla guerra alla droga? Perché ha intercettato un mutamento di massa: l’uso medico è popolare, gli anziani sono un blocco elettorale, la ricerca è un argomento inattaccabile, e l’industria spinge.
In Italia, invece, la destra resta agganciata a un proibizionismo di principio che funziona bene come segnale identitario: “noi siamo l’ordine”, “noi siamo contro lo sballo”. È una posizione che paga nel breve periodo perché non costa nulla in termini di progettazione: basta dire “no” e far vedere qualche sequestro.
Ma un Paese si giudica anche dalle sue contraddizioni. Negli Stati Uniti si riclassifica per favorire la ricerca e si apre una finestra di accesso sanitario, mentre il carcere e la criminalizzazione restano lì, a ricordare che la riforma è incompleta e che il diritto penale continua a colpire in modo diseguale.
In Italia si stringe sulla canapa “leggera” mentre si lascia intatta la realtà della canapa pesante: quella della criminalità organizzata, dei circuiti illegali, della domanda che non scompare. È un proibizionismo che rischia di essere non solo moralista, ma anche inefficiente: punisce il segmento più facile e visibile, non quello più dannoso e strutturato.
E poi c’è la questione centrale: chi paga. La guerra alla cannabis, come tutte le guerre morali, raramente colpisce allo stesso modo. Colpisce chi è più controllabile: i giovani, i poveri, i marginali, chi non può permettersi avvocati, chi vive in quartieri dove la polizia passa più spesso.
La legalizzazione “di mercato”, dall’altra parte, tende invece a premiare chi ha capitale, licenze, accesso al credito. Il rischio è che entrambe le destre, pur muovendosi in direzioni opposte, scarichino il costo sugli stessi: una con la repressione, l’altra con un mercato che normalizza senza riparare le disuguaglianze prodotte dalla repressione precedente.
Se la destra americana usa la riclassificazione per presentarsi come pragmatica, la destra italiana usa il divieto per presentarsi come severa. Il punto non è stabilire quale sia “più moderna”. Il punto è chiedere quale politica riduca davvero danni e ingiustizie.
Perché, alla fine, la domanda resta sempre la stessa: vuoi governare un fenomeno sociale o vuoi usarlo come teatro? Gli Stati Uniti, almeno su questo dossier, hanno scelto di spostare la scena verso sanità e ricerca. L’Italia continua a tenerla inchiodata al codice penale e alla propaganda.



